Vivere lo spazio: l’architettura al servizio della società. Resilente, propositivo, etico. Questi i tre aggettivi che descrivono lo studio di architettura Lamanuzzi. Abbiamo chiesto alla titolare, Felicia Lamanuzzi, di spiegarceli.

«Resilente perchè un buon progetto è sempre frutto della sinergia tra committente e progettista. Propositivo poiché non si può apportare un cambiamento se non si è disposti a fare il primo passo: progettare significa trasformare ed etico perché credo, oggi più che mai, al recupero del valore etico del nostro mestiere, alla necessita di riscoprire il valore del progetto come occasione di trasformazione del territorio, un prezioso bene che appartiene pur sempre alla collettività anche se oggetto di proprietà privata. Attraverso le residenze costruiamo la città. La nostra casa è parte del territorio ed in quanto tale appartiene al patrimonio collettivo: tuteliamolo anche attraverso il progetto di una singola residenza privata».

Da dove è nata l’esigenza di ideare l’istallazione urbana La città racconta? «Le nostre città, soprattutto se di piccole dimensioni, stano perdendo attrattività. Non sono più concepite come luoghi da abitare, dove incontrarsi, confrontarsi, ma anche giocare, camminare, lavorare e soprattutto crescere, ma come spazi entro cui far quadrare quantità, attivare funzioni, far crescere redditività, ridurre consumi e così via. Spesso perdendo di vista l’anima che è stata alla base della loro fondazione: la necessità aggregativa. Necessità nata non solo per difendersi, ma per essere globalmente più forti grazie alla messa in comunione di attitudini e intelligenze diverse, ma anche per divertirsi, per gioire insieme, per condividere. Tutto questo è la città: la forma (lo sviluppo in 3D) dell’essenza del genere umano: la società. Dice bene quando parla di esigenza. È proprio così sento, forse per deformazione professionale, il dovere di adoperarmi per contribuire a migliorare gli spazi in cui vivo, che per me significa soprattutto dare valore allo spazio pubblico in quanto spazio di condivisione e scambio. Ho sempre creduto che il primo passo per innescare un cambiamento sia, anche allo scopo di trovarne consensi, quello di prospettarne i risultati/obiettivi/effetti mostrando esempi simili. Ciò influisce a svegliare quelle sensibilità sopite e allo stesso tempo ad alimentare quelle in cerca di risposte. Così, noto che l’amministrazione si accingeva ad affrontare il tema della sistemazione della piazza del paese, escludendo inizialmente l’ipotesi del concorso di architettura, ho creduto importante costruire una sorta di città della memoria, che è diventata l’installazione urbana la città racconta, con cui sperimentare un dialogo con il futuro. La finalità era quella di stuzzicare la coscienza civica dei cittadini, ripescando dalla loro memoria vecchie immagini di quando la piazza e, come essa, le vie della nostra cittadina, erano quotidianamente vissute come luoghi di incontro, popolati di gente, sia adulti che bambini che anziani. Dalle foto emerge una piazza vissuta come il luogo nevralgico del paese, come spazio pubblico per eccellenza in cui onorare il suo valore collettivo. Oggi la stessa piazza, come molte altre, sono nella medesima condizione: sono fondamentalmente di dominio automobilistico. La città racconta vuole solleticare nei cittadini quella sensibilità verso il territorio in generale, riscoprendo la responsabilità di essere artefici delle sue trasformazioni. L’installazione vuole essere una sorta di racconto dei luoghi in cui la collettività si riconosce o si è riconosciuta nel tentativo di estrarne l’essenza, la stessa rintracciabile nelle architetture contemporanee, per ricostruire quella dignità che gli spazi della nostra città hanno perso».

Architettura e società, come si coniugano? «L’architettura è l’espressione della società e la città, in quanto combinazione delle architetture, è l’opera collettiva, pubblica, per eccellenza. Ma probabilmente, se ci lamentiamo della bruttezza delle nostre città ciò significa che non ci sentiamo sufficientemente rappresentati da esse. E questo può avere una ragione duplice: o c’è uno scollamento tra la società e i processi/strumenti/metodi di trasformazione della città, oppure la società, attratta dal raggiungimento di utilitaristici obiettivi ha smesso di farsi guidare da valori comuni attraverso cui continuare a rafforzare la riconoscibilità di una identità comune. In una società che lamenta un malessere di tale tipo, che non perde occasione per denunciare la deturpazione del territorio in atto, a noi architetti spetta il compito di riprendere a fare il nostro mestiere con maggiore coscienza civica e politica».

Qual è, secondo voi, la missione dell’architettura contemporanea? La missione dell’architettura contemporanea allo stesso modo di quella del passato è raccontare o se preferite mostrare, attraverso “il sapiente gioco dei volumi sotto la luce”, la storia della civiltà che l’ha costruita. Il compito dell’Architettura è quello di essere vera, di essere testimone del proprio tempo. Pertanto avremo architetture e quindi città brutte in periodi di crisi, di transizione, e viceversa città splendenti sono lo specchio di società felici, illuminate.

Vivere lo spazio, oggi cosa vuol dire? Vivere lo spazio significa sentirsene parte; e sentirsi a proprio agio, significa sentirsene non solo fruitore, ma anche e forse soprattutto, committenti.