Vento di Terra è una ONg milanese che opera in territori di confine, come la Palestina, l’Afganisthan o il Mozambico. Il loro impegno nella cooperazione allo sviluppo si intende come un rapporto alla pari, dove i territori sono visti in un’ottica di risorsa da riattivare e con i quali creare un vero e proprio ponte di collaborazioni. Attiva, comunitaria, innovativa questa è la comunità di Vento di Terra. Ne abbiamo parlato con la responsabile comunicazione Sabina Facchi.

Il vostro gruppo di lavoro nasce dalla condivisione di un’esperienza e diventa incubatore di una metodologia originale. Come operate e quali sono le esperienze che più hanno dato impronta al vostro metodo? «Il gruppo di lavoro si è conosciuto in Palestina, quando ognuno si occupava per altre organizzazioni di progetti diversi. Ci siamo incontrati con l’intento di promuovere un modo nuovo di fare cooperazione, in un luogo che della cooperazione ha fatto un modello non sempre positivo. Unendo professionalità diverse, in ambito educativo, pedagogico, architettonico, abbiamo dato il via ad una sperimentazione. Le prime attività, realizzate quando ancora l’associazione non era nata, sono state centrate sul supporto alla popolazione profuga, in particolare ai minori. Dal 2005 abbiamo portato in Italia circa 100 bambini e bambine palestinesi tra i 9 e i 12 anni per fare delle esperienze di condivisione e scambio con coetanei italiani. Bambini che altrimenti non avrebbero visto che un muro nel loro futuro, hanno incontrato e giocato in un paese libero, hanno costruito castelli di sabbia in riva al mare, hanno ballato su un palco le proprie canzoni, hanno vinto partite di calcio giocate su un campo vero, hanno urlato di gioia sulle giostre di un luna park. Le persone che si sono unite in questo cammino, semplici cittadini, amministratori, aziende, ci hanno dato la forza per continuare a sperimentare. E’ nata l’associazione, la prima grande idea di una scuola verde in una delle aree più marginali del Mozambico, i primi progetti fatti in autonomia, fino al riconoscimento con ong. Tra tutti i momenti, certamente la costruzione della scuola di gomme nel villaggio beduino di Alhan Al Ahmar, nel 2009, ben rappresenta chi siamo, cosa facciamo e come lo facciamo: l’idea è nata una notte, parlando con il Mukthar del villaggio, mentre il poeta metropolitano Ivan interpretava le prime poesie del suo allora nascente Palestina Viva sotto le stelle del deserto. I beduini, a fronte di una privazione totale e una totale mancanza di risorse, vivono nel deserto dentro tende vacillanti, senza acqua, senza elettricità, ci hanno chiesto una scuola primaria. Come dice una bimba nel libro “lettere al di là del muro” (ed. stampa alternativa, 2008) “l’istruzione è l’arma della libertà”.E così, insieme ai nostri compagni di strada di Arcò, abbiamo pensato a come costruire in una zona dove è negata anche l’installazione di un palo informativo. In 15 giorni abbiamo raccolto 2200 gomme usate, le abbiamo nascoste. E in 15 giorni, noi e loro, architetti italiani, presidenti, mukthar, giovani e vecchi, tutti insieme abbiamo costruito la prima scuola nel deserto. Senza fondamenta, per poter sopravvivere alle minacce di demolizione dell’autorità militare israeliana, autosufficiente dal punto di vista energetico, per poter sopravvivere alla mancanza di soldi ed  in un clima avverso, la scuola oggi è gestista dall’autorità palestinese e garantisce il diritto all’istruzione, a un futuro dignitoso,  a circa 130 bambini e bambine beduini. C’è poi un altro progetto che ha particolarmente influenzato il nostro modo di operare: il centro La Terra dei Bambini, realizzato nel villaggio beduino di Um al Naser nella Striscia di Gaza nel 2011. Il centro, un piccolo gioiello realizzato in architettura bioclimatica con la consulenza della cooperativa Arcò, ospitava diversi servizi sociali integrati tra loro: una scuola d’infanzia per 130 bambini, uno sportello di supporto psico-pedagogico per le madri, un ambulatorio pediatrico per i bambini frequentanti, una cucina comunitaria, che trasformava i prodotti degli orti familiari in pasti sani e bilanciati per la comunità locale. La Terra dei Bambini, un esempio di buone prassi da più punti di vista – in tema di sviluppo di comunità, di metodologie pedagogiche, di autonomia gestionale e partecipazione della comunità locale – è stato completamente distrutto durante l’ultimo attacco militare israeliano, nel luglio 2014. L’aver vissuto insieme ai nostri colleghi, insieme ai bambini e le donne del villaggio la stessa perdita, ha sicuramente influenzato ulteriormente il nostro modo di operare. Da settembre, il nostro motto è diventato “la terra dei bambini vive”: si possono distruggere i muri, ma ciò che di positivo si semina e germina nel cuore delle persone non si può eliminare.»

 Vento di Terra propone una cooperazione che nasce da proposte della stessa comunità dei territori in cui operate. Cosa vuol dire lavorare con la comunità piuttosto che per la comunità? «I nostri progetti, dalla costruzione di una scuola a percorsi più complessi come la ricerca partecipata che ha condotto alla pubblicazione del libro “Ghoula, Anasyie e Huseini: fiabe tradizionali raccontate dai bambini beduini ai bambini del mondo” nascono da un profondo senso di reciprocità e dalla partecipazione attiva della comunità locale e di tutti i soggetti coinvolti. Quelli che in gergo si definiscono “beneficiari” sono per noi gli attori chiave di ogni intervento. Un progetto nasce e propone un’idea di cambiamento, diversamente non avrebbe motivo di esistere. E per cambiare, perché il cambiamento sia non solo significativo ma anche costruttivo e duraturo, c’è bisogno della partecipazione attiva, della volontà e della energia di chi quel cambiamento lo chiede. Crediamo che ogni progetto rappresenti una grande opportunità di scambio e di crescita. Riferimenti teorici del nostro operare sono la progettazione partecipata, l’animazione sociale, lo sviluppo di comunità. Un aspetto centrale è inoltre rappresentato dal lavoro di rete. Ogni intervento è pensato e realizzato cercando di collegare più soggetti, enti e istituzioni, nell’ottica di valorizzare le risorse presenti, implementarle, liberarle e connetterle con altri per rafforzarne l’impatto. Da questo punto di vista, quindi, non lavoriamo mai a “spot” in un paese sconosciuto o con realtà con cui non c’è una particolare relazione. I nostri progetti fanno parte di un processo, che lentamente tocca diversi ambiti tra loro interconnessi, scuola, empowerment femminile, agricoltura, sviluppo imprenditoriale. Il nostro ruolo è spesso paragonabile a quello di un facilitatore. Dove le nostre competenze non bastano, attiviamo partner e altri soggetti della rete. Sono nate così cooperative che producono prodotti tradizionali beduini che abbiamo proposto al mercato equo e solidale, i cui introiti vengono investiti direttamente nei servizi sociali della stessa comunità. Allo stesso modo, sono stati realizzati i gemellaggi tra le scuole primarie italiane e quelle beduine, l’incontro tra uffici tecnici di municipalità italiane e straniere, lo scambio tra medici italiani e medici stranieri per favorire attività di formazione e aggiornamento. Come diciamo sempre “la pace si costruisce giorno dopo giorno, dal basso, con le mani nude nella terra.»

Terre di frontiera, terre in cui i diritti fondamentali vengono messi in pericolo, quali sono le difficoltà che incontrate nel portare avanti i vostri progetti? «Le terre di frontiera sono terre spesso in conflitto. Sono terre in cui i diritti sono negati perché vale la legge del più forte, delle armi, dell’arroganza. Nelle terre di frontiera il pericolo sono le armi, le ingiustizie quotidiane, le insidie amministrative che, gestite dal più forte, regolano flussi di persone e di merci, di pensieri e di azioni. Lavorare nella Striscia di Gaza o in Afghanistan presenta molti rischi diretti, come è facile immaginare. Ci si trova spesso in situazioni limite, in cui dotarsi degli strumenti giusti per prevenire e gestire al meglio eventuali problematicità è fondamentale. Il pericolo ovviamente non è solo personale. Grande è la preoccupazione per chi, diversamente da noi che abbiamo un passaporto internazionale, da certe terre non può andare via, abituandosi lentamente ad una sempre maggiore repressione. A volte il pericolo più grande, ovvero che qualcuno cerchi con la forza di interrompere il nostro lavoro, prende forme stravaganti: nel mese di luglio 2014 le autorità israeliana hanno sequestrato uno scivolo appena recapitato alla scuola di Wadi Abu Hindi, ritenuto troppo pericoloso per poter essere lasciato alle comunità beduine. Ma lavorando in territori di frontiera affrontiamo tanti pericoli anche “da questa parte del mondo”. Sono il pregiudizio, l’arroganza, l’ignoranza, la superficialità. Sono le voci di coloro che decidono che tutto può essere o’ solo bianco o’ solo nero, perché vederne le sfumature fa troppa paura, o difficoltà. Sono le azioni di chi si rifiuta di credere in una via pacifica e non violenta per la soluzione dei conflitti, di chi ancora crede e investe nelle armi, di chi opta per la scelta facile della discriminazione.La terra di confine è però per noi terra di risorse. Dove i limiti e le differenze si incontrano, possono nascere grandi progetti.»

Oggi ci sono tante associazioni e onlus che si occupano di cooperazione internazionale, ma capita di scoprire che le donazioni non vanno effettivamente a sostegno dei progetti pubblicizzati dalle stesse. Cosa occorre fare per orientarsi tra le tante realtà che propongono interventi di cooperazione internazionale, quali sono i punti fondamentali da osservare per una garanzia di trasparenza e coerenza dell’organizzazione? «Il mondo delle associazioni e delle onlus che si occupano di cooperazione internazionale è effettivamente ricco e variegato. Scegliere chi sostenere non è un’azione facile, ma dovrebbe essere come scegliere tra comprare il caffè al supermercato o scegliere di comprarlo in una bottega del commercio equo e solidale. Donare è una scelta importante, che deve essere fatta consapevolmente. Secondo noi è importante conoscere l’associazione, condividerne i principi, partecipare se possibile alle sue attività. La possibilità infine di toccare con mano almeno una parte dei progetti implementati, è un’ottima opportunità. Noi ad esempio almeno una volta all’anno offriamo la possibilità ai nostri sostenitori, attraverso un viaggio di conoscenza ed approfondimento, di visitare i progetti, parlare con i beneficiari, toccare e vedere con i propri occhi cosa stiamo realizzando, capirne i motivi e verificarne l’impatto. Certo non è facile raggiungere tutti i paesi…ma una realtà associativa che opera in ambito internazionale può essere valutata anche in base a ciò che realizza sul territorio nazionale, nella propria regione, nel proprio comune. Non mancano occasioni come banchetti informativi, eventi di approfondimento per incontrarsi, fare domande, approfondire. In questo modo, la scelta di sostenere una organizzazione può essere davvero il frutto di un percorso più che della semplice volontà di fare una generica donazione.»