Uno “storico” scrittore. Entusiasmante, necessario, attuale. Questo il lavoro di Gerry Mottis, scrittore ticinese che abbiamo incontrato per farci raccontare del suo ultimo romanzo intitolato Fratelli neri.

Come ha coniugato storia e trama da romanzo in Fratelli neri? « La storia è nata quasi per caso, dalla testimonianza di un anziano di Roveredo che, da ragazzo, si recava a vedere i neri internati presso il Collegio Sant’Anna. Era la prima volta che in paese se ne vedevano e l’episodio, collocato storicamente nel settembre del 1943, ha suscitato molta curiosità. Una capillare ricerca d’archivio, fatta dallo storico Mordasini, ha poi permesso di dare un’identità e un volto a questi africani giunti in paese: dei fucilieri senegalesi fatti prigionieri dai nazisti in Libia, passati poi in Italia e internati dopo l’armistizio nella Svizzera italiana».

Pensa che un testo come questo possa favorire una riflessione sui flussi migratori a cui stiamo assistendo oggi? « Me lo auguro. La mia storia, a cavallo tra realtà e fantasia, è in parte lo specchio di ciò che sta accadendo oggi. Disperati che fuggono dalla guerra in cerca di pace, di un luogo ospitale dove poter ricominciare. In realtà, i protagonisti del mio libro erano dei prigionieri di guerra e furono ben accolti in paese; questa vicenda presenta però diversi parallelismi: lo sradicamento, la nostalgia di casa, il disagio psicologico, la difficoltà di comunicare e, di conseguenza, di integrarsi in realtà molto diverse, hanno toccato gli africani come oggi i siriani, gli afghani ecc.»

Noi e l’altro. Come si posso arginare le distanze culturali secondo te? « Attraverso “Fratelli neri” ho identificato e proposto alcuni ponti per avvicinare culture distanti. In primo luogo, la lingua. I fucilieri senegalesi hanno trovato a Roveredo un profugo ebreo traduttore che li ha accompagnati, ascoltati e aiutati. La comunicazione tra le autorità, la popolazione e gli internati è stata perciò facilitata. In secondo luogo, la cultura. In un capitolo, una suora narra a un senegalese le leggende della valle, il giovane ricambia con delle fiabe del suo paese. In terzo luogo, la musica. Nel capitolo finale del libro, un giovane racconta la sua odissea prima di intonare dei canti africani coinvolgenti che faranno breccia nel cuore dei presenti».

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Sono nata a Lugano ma ho studiato e vissuto a lungo a Siena. Ho unito l’antropologia, la creatività, la mia passione per la comunicazione al mio carattere organizzato… il risultato è #faigirarelacultura.