‘Un gesto vale più di un milione di parole’, dice Ai Weiwei.

Frase da cioccolatino, oppure, ennesima provocazione in dolce chiave ironica?

Weiwei è l’ambiguità in tutto. Anche in questo. Nel suo lavoro studio della prospettiva, l’autore ritrae famosi monumenti e palazzi storici o istituzionali indirizzandogli il volgare e proverbiale dito medio. Cosa vuole dire? Ma, soprattutto, che valore ha la trasposizione di quest’ultimo nella realtà ticinese?

Come menzionato sopra, Weiwei è ambiguità di ruolo. La sua è una lotta senza esclusione di colpi contro ogni tipo di autorità culturale, politica o storica. I suoi vaffa sono rivolti a tutti coloro che ci vogliono dire cosa è cultura e cosa no, cosa vuol dire straniero e cosa no, quale religione va bene e quale bisogna bombardare.

Il suo gesto è il nostro gesto. Il gesto di ognuno. Un gesto globale al quale viene assegnato un valore globale, ma anche quello intimo, di ogni persona. Al quale ognuno si può relazionare. Il protagonista è il dito. Quel dito che è passato alla storia. Vero?

La scelta del soggetto da parte mia non è casuale, ne tantomeno una scelta fatta alla leggera. Ai Weiwei è storia, ma è anche attualità. Pensiamo che questo è un progetto arrivato fino al 2013 ma iniziato nel 1995, ben prima del suo momento di celebrità; dall’apertura del malefico blog nel 2009 fino alla chiusura dello stesso nel 2011 e all’arresto del suo creatore.

Ed è anche proprio di celebrità che si va a parlare, perché il caso Weiwei può essere considerato concluso dallo scorso anno, anno nel quale, l’artista, ha finalmente ricevuto indietro dalle autorità il proprio passaporto ed è stato premiato con l’Ambasciatore della Coscienza Award da Amnesty International.

Occasione ghiotta per il resto del mondo per farsi distrarre dal resto del presente. Abbiamo già voltato pagina, tanto facilmente quanto lo si fa con un buon gossip rivelato su Domenica In.

Ci piace stagnare ma non siamo mai sazi d’intrattenimento. Sono andato a ripescare il gesto, ancora fresco in cima al secchio della pattumiera, per ricordarci quanto è facile passare oltre, ma anche a quanto lo è lasciarci impressionare. E se lo ripesco proprio in questo momento non è un caso, proprio quando ci ritroviamo a parlare di invasione d’immigrati, di criminalità e di espulsioni. Ci sono poi alcuni che parlano anche di civiltà, di giustizia e di diritti umani. Eh si, perché purtroppo stiamo sempre parlando di esseri umani. Proprio come quell’essere umano (anch’esso dall’altra parte del mondo) che qualche anno fa, la polizia, ha sequestrato, picchiato brutalmente e tenuto in detenzione per quasi 12 mesi, senza una parola a lui ne ai suoi familiari.

Un uomo e il suo dito a ricordarci che ognuno di noi può essere uno di quei poliziotti.

Ma cosa c’entrano gli immigrati e i diritti umani con gli spazi urbani? Beh niente… e tutto. (taaac frase di merda) Ai Weiwei non è solo artista plastico e attivista, ma anche architetto e progettatore urbano. La sua impersonificazione da parte mia non è un plagio né nasconde l’intenzione di diventare il suo clone. Il mio gesto omaggia ovviamente la persona e le sue azioni, ma soprattutto le sue parole, illuminanti anche quando parlano di urbanismo: (…)Quando entro in una città a volte dico: le persone qui devono essere matte, non possono stare bene, perché qui non si riesce a intuire l’ordine naturale. Non si possono sentire i raggi del sole, le gocce di pioggia o il vento contro la superficie esterna di un edificio. Manca la luce naturale o le ombre mutevoli, non ci sono forme o spazi complicati, non c’è comprensione dell’insieme,  non c’è atteggiamento sincero, non ci sono dettagli minuti. E ancora (…) L’architetto interpreta e disegna lo stato delle cose, che possibilità immagina, come fa le sue scelte, come regola il nostro comportamento e i nostri ideali, come elimina i cliché. Rivelerà anche il modo che ha di dire alla gente: ‘Le cose possono anche essere così, questo è meglio per tutti, più interessante, più conveniente, e ci distingue dal passato.

Ora, se applicate questi concetti alla progettazione urbana della città di Lugano paragonata alla mentalità dei propri abitanti, il resto si commenta da sé.

[’WEJ:WEJZMO] (T. Hofmann – 2016) è un’estrapolazione massiccia e dosata da assumere quotidianamente. Permette la lucidità mentale e facilità il libero pensiero.