imagesHollywood ha rovinato Lee Tamahori. Questo regista aveva realizzato, all’inizio della sua carriera (nel 1994) un bel lavoro intitolato Once Were Warriors. Una pellicola sul disagio e il degrado vissuto dai maori nella periferia di Auckland, in Nuova Zelanda. Poi, grazie al successo ottenuto, ha avuto un biglietto di andata per Los Angeles e lì si è dilettato in diversi generi, riuscendo anche a realizzare un film di James Bond (Die Another Day).

Ieri sera a Castellinaria è stato proiettata la sua ultima opera: The Patriarch. Tornato nella sua terra natia, Tamahori, ha voluto ritrovare i suoi maori. La storia ruota attorno a una famiglia patriarcale, diretta con pugno inflessibile dal nonno. Figli e nipoti eseguono alla lettera i suoi ordini, solo il giovane Simeon non ci sta e si ribella. Il suo è uno spirito libero che provoca conseguenze a catena per la famiglia.

Ma perché ho detto che Hollywood ha rovinato il regista? Semplice, questo film mi ha ricordato Il mandolino del capitano Corelli. Nel senso che i cliché sulla Nuova Zelanda ci sono tutti, a cominciare dalla Haka, la danza tipica del popolo Maori (vista eseguire anche dai famosi All Blacks). Per finire con una storia che sembra uscita dalla penna di uno sceneggiatore ancora acerbo e non particolarmente pronto ad approfondire le sfaccettature di quel paese. Le relazioni tra i vari personaggi sono di una disarmante ingenuità. Il nonno è brutto, cattivo e duro. Ed è sempre stato così, senza che noi riusciamo a capirne i motivi. Una bidimensionalità, anzi una monodimensionalità, del personaggio che lascia di stucco. La stessa cosa si può dire anche degli altri. E non basta certamente qualche parola nella lingua maori, buttata qua e là, durante il film, per renderlo più realistico. La fotografia è al limite del kitsch. L’unica originalità che ho trovato, risiede nel rapporto che quel popolo ha con le sue pecore, il vero motore economico del Paese. Ma basta? Purtroppo no.

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