Il viaggio è iniziato idi fronte alla forza espressiva di alcune immagini in mostra a Monte Carasso, che hanno liberato la verità. Pochi giorni dopo aver completato la stesura del racconto, iniziato guardando le fotografie che raccontano il mondo, leggo la notizia di una imminente pubblicazione degli scatti di una vita. Quelli dell’amico Stefano Pacini. Reporter e insegnante. La sua chiusura del cerchio. Non può essere un caso. È così che nasce questo breve viaggio nel mondo della fotografia con una lunga intervista .

Stefano, partiamo dall inizio, come arriva la fotografia nella tua vita. «Arriva da lontano. Mio padre era un fattore, lavorava nel settore agricolo ma è sempre stato appassionato di apparecchi, aveva una Ferrania, si parla dei primi anni quaranta. Era un grande appassionato di fotografia ed era pure bravo. Ho degli scatti dell’epoca. Molto belli. La mia è la prima generazione che è nata con la televisione, a stretto contatto con le immagini e quindi già da bambino ne ero affascinato. La mia famiglia inoltre era solita andare a passare le vacanze sulle Dolomiti, ci facevamo il viaggio in macchina e la macchina fotografica ci accompagnava sempre. I miei primi scatti li ho fatti da piccino, già a 10 anni. Foto che poi ho ritrovato».

Quando hai capito che la fotografia sarebbe stata il tuo futuro «Negli anni settanta comprai la mia prima macchina, a Londra, una yashica 50mm, un paio di vasche e un ingranditore insieme a altri 4 amici. Da lì è partito tutto. Erano anni in cui c’era tanto movimento, anche in Italia, la società stava cambiando e la fotografia di reportage era una fotografia di denuncia. I primi viaggi sono del ’75, con gli scatti in Portogallo subito dopo la rivoluzione dei garofani. Al professionismo però sono passato solo nel ’93. Li c’è stato il cambio di passo. Un anno in cui vicende personali mi avevano toccato molto, facendomi scegliere una volta per tutte quello che volevo fare. Così nasce l’agenzia fotografica 101, e dal 2003, Fotografi Contro insieme alla collega Daniela Neri. Come free lance ho raccontato molte storie, da quelle dei Popoli Rom, della guerra nella ex Jugoslavia, di Cuba e del Magreb, fino ai mutamenti epocali che hanno sconvolto l’Italia (n.d.r. le sue foto sono state pubblicate da diversi quotidiani e settimanali, libri e riviste)».

Cosa rappresenta per te la fotografia? «Senza la fotografia non potrei vivere. La fotografia ci aiuta a camminare, è un’utopia. Il mio è un lavoro che si può definire retrò. Per me esiste il bianco e nero, ha un grande impatto, drammatizza e articola un racconto, che è fatto di luci e di contrasti. Oggi con il digitale tutto è appiattito. Il passaggio ha cambiato questo lavoro. L’occhio è invaso da immagini, la maggior parte mediocri. Per un giovane è difficile cogliere la differenza. Non ci è abituato. È assuefatto dal sensazionalismo. Per spiegare il mondo attraverso una fotografia, bisogna che quello scatto possa decantare, le immagini vanno capite e ascoltate. Ci vuole tempo. Quando in analogico avevi magari solo 4 pose rimaste non le volevi perdere, mettevi tutto te stesso in ogni singolo scatto. Ricordo che trattenevo il respiro. La magia dell’attesa fotografica è la benedizione di ricevere quell’immagine. Di immagini che ti rappresentano ne puoi avere 3 o 4. Quelle sono per sempre. Sono una frazione di secondo. Sono quell’istante di vita. Mentre oggi è tutto veloce e un’immagine fa fatica ad arrivare. Anche il ruolo è caduto».

Con Fotografi Contro hai scelto di condividere, di insegnare ad altri il mestiere. «Si insieme a Daniela insegno, ma più che altro propongo un modo di vedere. Do degli spunti, c’è un ragionamento, uno scambio continuo. Sguinzagli uno sguardo nudo, non prevenuto. Aiuti l’occhio a non dare più nulla per scontato, ecco se riesci a trasmette questo, allora puoi scalare le montagne! Un’immagine non è mai finita. Una fotografia racconta e si fa raccontare, deve trasmettere un’emozione e chi la guarda a sua volta si deve fare delle domande, si deve interrogare e prendere spunto per andare oltre. Una fotografia è un processo che non è mai finito. Oggi invece a molti le immagini scorrono addosso come l’acqua».

Ci sono due scatti, uno è del ’75 a Lisbona. Dei giovani su una camionetta che cantano per la libertà appena conquistata, mentre l’altro del 2013 a Napoli, ritrae due giovani che si baciano su un binario della metropolitana. Ci racconti queste due immagini. «Sono i due estremi del mondo. Da un lato l’energia, l’entusiasmo per la libertà in un momento in cui tutto sembrava possibile. Mentre il secondo rappresenta un mondo chiuso, dove 2 giovani trovano un attimo nella frenesia per baciarsi, un momento per essere controcorrente, ma nonostante ciò non hanno abbastanza forza per brillare».

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