Sergio Roic si definisce uno scrittore del Qui e ora, nel senso della realtà da cogliere subito, immediatamente, urgentemente per metterla sulla pagina come il celebre prato di Faulkner che non aspettava altro che essere descritto dallo scrittore. Incalzante, come il ritmo incalzante, la prosa scritta con una strategia in qualche modo musicale, il posizionamento delle parole in modo che scorrano e non si fermino più, fino all’orizzonte narrativo e oltre. Remoto, nel senso di nascosto e ancora da scoprire. Remoto come lo è stato per lui il filosofo Platone, di cui non comprendeva affatto l’organizzazione della mente; forse ha sollevato il velo su questa realtà affascinante e complessa inserendolo come personaggio, faro lontano ma onnisciente, nel suo ultimo romanzo.
Lo abbiamo incontrato per farci raccontare la sua narrativa.

Come, quando e perché hai iniziato a scrivere? «Ho iniziato a leggere massicciamente romanzi verso i 13 o 14 anni. Dapprima gialli per ragazzi e poi, dopo una scenata da parte di mia sorella maggiore, romanzi di guerra americani. Poi sono passato ai romanzi russi. Migliaia di pagine sulla moquette blu della mia camera. Da lì in poi, provare a scrivere mi è parso qualcosa di naturale, chissà, forse inevitabile. A scuola raccontavo storie di vario genere agli amici. Poi ho cominciato a metterle su carta. Ma il “clic” per accedere a una narrazione originale è stato un racconto pseudo storico sul filosofo tedesco Kant. Sul fronte orientale infuriavano grandi battaglie e mi sono dimenticato che Koenigsberg, la sua città, era una città di mare…».

A quale genere di narrativa appartengono i tuoi scritti e da dove viene il tuo amore per questo genere? «La mia prima raccolta è dedicata a Jorge Luis Borges, Innumerevoli uomini. Questo vuol dire che scrivo una narrativa a metà tra l’intreccio giallo e quello filosofico? Non ne sono sicuro. In questa prima raccolta di racconti ho scritto anche alcuni apologhi (Kant, Rousseau, Schliemann, Vermeer, Garcia Lorca, Pseudo Stendhal…), poi sono passato al racconto d’ambiente e fantastico (un Leonardo in un futuro catastrofico) e al romanzo d’idee e infine a quello evoluzionistico (il ritmo dell’uomo/mondo è…). Che cosa mi piace del genere che adopero? Le idee, l’intreccio per mezzo di rimandi e ripetizioni, un labirinto ragionato, insomma, da cui uscire pensando. E afferrando la realtà, of course».

Raccontaci il tuo ultimo lavoro editoriale. «Il mio ultimo romanzo edito è Omaggio a Paul Klee (Zandonai editore). Un ingegnere indiano depresso approda nel Locarnese. Conosce una scrittrice romanda. Impara a dipingere il celebre quadretto Ein Kind traeumt sich di Klee. E tuttavia, viene inseguito da polizia e media come molestatore. La sua morte emblematica nel laghetto Tremorgio innesca, per merito del blogger Nobody, una ribellione delle coscienze nel vasto mondo della Rete. Il romanzo ancora inedito, Wish you were here, parla invece del viaggio della tribù dei Seicento dall’Africa in Europa. Del loro inventore di parole albino e del ritmo del mondo contenuto in una breve frase musicale, Vorrei che tu fossi qui – Wish you were here, raccolta millenni dopo dal folleggiante Syd Barrett dei Pink Floyd. Sul romanzo si affaccia Platone, che russa rumorosamente nel suo letto di Atene. Si teorizza l’UNO, totalizzante e ineffabile…».