Senza francobollo … è lo spettacolo messo in scena da Schedìa Teatro, associazione che opera sul territorio lombardo e nazionale con spettacoli e progetti di formazione teatrale e che è tra i soci fondatori della Associazione Nazionale di teatro per l’Infanzia e la Gioventù. La nuova sfida di Schedìa Teatro è quella di “raccontare” ai ragazzi il tema della fine, della morte, con uno spettacolo che trasmetta i contenuti in modo divertente, delicato e intenso. Ne abbiamo parlato con Sara Cicenia e Riccardo Colombini.

Senza francobollo è uno spettacolo che tratta il tema della morte. Un tema forte e che tocca tutti, ma lo fa in modo particolare, ovvero la morte raccontata a e da un bambino malato. Da dove è nata l’esigenza di trattare questo tema e soprattutto di metterlo in relazione al mondo dell’infanzia? Questo piccolo, prezioso libro per ragazzi? Per adulti? Per tutti! …ha aperto davanti a noi un immenso orizzonte di domande e riflessioni che ci è sembrato importante condividere con il nostro pubblico, che è fondamentalmente quello dei ragazzi. La poetica storia di Oscar, bambino malato, cosciente della propria fine imminente, e di Nonna Rosa, adulta capace di stare con lui, di giocare, accompagnandolo con amore, ci ha appassionato, commosso ed anche divertito. E ci è sembrato che la forza del libro fosse il fatto di essere in grado di parlare davvero a tutti, senza retorica o inutile pietismo, di un tema scottante e tabù per eccellenza. Una bella storia, insomma, che valeva la pena di essere raccontata.   D’altro canto, il tema della morte ci ha sempre interessato; nella nostra esperienza di educatori a contatto con bambini e ragazzi ne abbiamo sempre sentito il peso, non solo per le giovani generazioni, che spesso rifiutano o semplicemente non concepiscono l’idea della fine, loro che sono appena all’inizio, ma anche per gli adulti, i quali sono spesso la vera matrice del tabù dei ragazzi  non avendo parole per definire la morte. Ci è sembrato che il testo di Schmitt ci desse la chiave giusta per provare a trovare queste parole. Non per spiegare o dare risposte, ma semplicemente per parlarne. È stata una sfida, naturalmente, difficile ma stimolante, partita ormai due anni fa da letture, riflessioni tra attori e regista ed interviste ad una psicologa che si occupa proprio di accompagnamento alla morte e che ci ha dato un grande aiuto nel comprendere aspetti importanti di un’esperienza da noi non direttamente vissuta.

In molte culture la morte viene raccontata serenamente e fa parte della vita di tutti fin da subito, da noi resta un’esperienza oscura, quasi un tabù per i più piccoli ai quali è difficile parlarne, non si riesce ad affrontarla salvo poi trasformarla in spasmodica “spettacolarizzazione” e voyeurismo. Sembra mancare un equilibrio culturale. Senza francobollo cosa vuole raccontare, quale è il messaggio che vuole lanciare al pubblico? La morte è una parte della vita. Come la nascita, la crescita, l’invecchiamento. È una cosa naturale, la fine di un ciclo. Ma la  morte è anche, come scriveva Shakespeare, “l’oscuro continente da cui nessuno fa ritorno”: ignota e dunque spaventosa. Alzi la mano chi non ha paura della morte… Attraverso la mediazione della storia di Mario, doppio dell’Oscar del libro di Schmitt, lo spettacolo vuole provare a parlare della morte e della malattia in connessione con l’infanzia. Il fuoco principale è quello di gettare luce sul tema, di aprirsi ad un mondo sconosciuto e suo malgrado nascosto. Un mondo che la società rifiuta di vedere: di un vecchio te lo aspetti, ma come può essere un bambino, un innocente, ad essere già alla fine? Come fai a consolarlo? Un mondo che ha però un disperato bisogno di avere voce, di essere accettato, visto. Semplicemente, ha bisogno di far sapere che esiste. Esistenza. Proprio questa è diventata una delle parole chiave del nostro lavoro: “quando non c’è più nulla da fare, c’è ancora molto da fare” ci ha detto Raffaella Bruni, psicologa dell’Azienda Ospedaliera di Legnano che ha collaborato con noi in questo progetto. Quei malati, quei bambini, sono ancora vivi. Stanno aspettando, certo, un destino tragico e probabilmente crudele che non concederà loro il tempo che gli altri normalmente hanno; ma ora, mentre aspettano, sono vivi. Ecco allora un obiettivo che dalla realtà si è trasferito al lavoro scenico: non far morire le persone prima del tempo. Ci sono finché ci sono, per cui viviamole. Ecco, questo è forse, tra altre suggestioni, il messaggio forte dello spettacolo.

Spezzare il confine tra vita e morte è un po’ la tendenza dei nostri giorni. I teenager sono attratti da personaggi che vivono a cavallo dei due mondi, come i vampiri che impazzano nelle serie tv, pensate che raccontare la morte come parte integrante della vita possa aiutare a vivere in maniera più piena? Assolutamente sì. Viviamo in una società, la società dello spettacolo come la chiamava Debord che ci abbaglia con un artificioso sogno di eternità. No alla malattia, alla vecchiaia “è vietato invecchiare” recita una pubblicità, figuriamoci morire… Le nostre vite sono colme di ansie, di “comincio da domani”, di attese di tempi migliori. Forse suona un po’ filosofico, ma a nostro parere un rapporto sano con la propria fine, con la propria caducità, potrebbe aiutare ciascuno di noi a vivere con più pienezza. Non si tratta certo di ripetersi ogni giorno un cupo memento mori, ma di considerare la propria vita come un percorso che ha avuto un inizio e, fatalmente, avrà anche una fine. Ricordarsi ogni tanto che non siamo eterni, senza fare di questo pensiero uno spauracchio, ci farà forse rimandare una volta di meno il desiderio della vita… Non è certo un caso che, ad un bambino cui sta finendo il tempo, la Nonna Rosa di Schmitt racconti non come è brutta la morte, ma come è bella la vita.

 Il gioco proposto da “nonna Rose” 10 anni in un giorno, la vita immaginata da un bambino… quali sono state le difficoltà nel mettere in scena tutte le emozioni di questo testo? Dalla fine della lettura alla prima riga della drammaturgia è passato un anno. Quindi, sì, è stato un compito arduo provare a trasferire le stesse efficacia e leggerezza del libro di Schmitt nella drammaturgia, e, di conseguenza, sul palcoscenico. Ci abbiamo provato, il giudizio lo lasciamo al pubblico. Certamente il compito è stato più lieve grazie alla preziosa collaborazione di amici speciali che abbiamo incontrato lungo il percorso. Raffaella Bruni, che abbiamo già citato, che ci ha aiutato a fare un po’ più di chiarezza su quello che volevamo raccontare e ci ha fornito preziosi dati di realtà. L’attore e amico Valerio Bongiorno, che, con la sua clownerie delicata, ha donato allo spettacolo la leggerezza necessaria a camminare su un terreno tanto spinoso. Con Valerio abbiamo chiacchierato a lungo, prima di cominciare a lavorare, del libro, del tema, della sfida immensa che ci si parava davanti. Con la grande ricchezza data dal lavorare insieme ad un attore dalla lunga esperienza, che con umiltà e passione accetta di collaborare con una compagnia giovane. Lo scenografo Marco Muzzolon, che ha saputo tradurre, a tempo di record, con immagini efficaci quello spazio strano ed etereo in cui si svolge la nostra storia. Con tratti semplici e materiali poveri, Marco ha portato sulla scena segni che parlano: gli schedari fatti con vecchi cassetti, sedie riempite di lettere e poi il filo rosso, ispirato ad un altro piccolo, prezioso libro per ragazzi, “Io aspetto” di Calì-Bloch, ingarbugliato, steso, maltrattato. La vita, la complicata, meravigliosa vita di ciascuno di noi. La costumista Mirella Salvischiani che ha dato un tocco importante ai costumi e agli oggetti di scena. E poi Nora Picetti, che, da brava organizzatrice, ha messo un po’ di ordine in tanto caos… perché noi, di fatto, stavamo giocando… divertendoci un sacco.

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Sono nata a Lugano ma ho studiato e vissuto a lungo a Siena. Ho unito l’antropologia, la creatività, la mia passione per la comunicazione al mio carattere organizzato… il risultato è #faigirarelacultura.

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