In occasione del finissage del VII Concorso per giovani incisori, Nel segno inciso 2, promosso in collaborazione con l’Associazione Amici dell’Atelier calcografico (AAAC), domenica 25 marzo (ore 11.00), il Museo Vincenzo Vela propone un’insolita ed extra-vagante performance firmata dalla vodese Yasmine Hugonnet, intitolata Se sentir vivant, una tragicommedia della dissociazione.

Immersa nel biancore dello spazio (e osservata dalle bianche opere in gesso di Vincenzo Vela), Yasmine Hugonnet, danzatrice e coreografa, e in Se sentir vivant anche ventriloqua, esplora i fondamenti e le risonanze cinetiche del linguaggio e della mobilità del corpo necessari per l’articolazione del discorso, ovvero come portare alla luce la carnalità di una parola. Dal dizionario Treccani alla voce ventriloquio si legge: L’arte di emettere suoni e parole senza muovere le labbra. Anticamente si credeva che, in tal modo di parlare, lo stomaco o il ventre avessero una speciale importanza: da ciò il nome. Si tratta invece di un funzionamento particolare dell’apparato vocale. Nel mondo antico fu celebre l’engastrimito greco Euricle d’Atene, che formò addirittura una scuola. In taluni culti di popoli primitivi e antichi si attribuivano ai ventriloqui funzioni rituali. Oggi il ventriloquio costituisce un semplice numero di varietà. La Hugonnet si riappropria di questa talento e, in una sorta di one woman show in cui fa convivere la dimensione musicale e quella della danza, interroga con ironia queste diverse voci in un discorso che si sposta dal gesto alla parola ventriloqua, per domandarsi: quali sono le strategie quotidiane per restare in contatto con sé stessi? Come sappiamo di essere vivi? La pièce è la terza tappa di un trittico che comprende Le récital des postures (lavoro per il quale è stata recentemente insignita del Premio svizzero di danza Creazione attuale di danza, 2017) e La traversée des langues.

In questa performance, in un silenzio raccolto e concentrato, l’interprete si presenta a noi spettatori in un’apparente immobilità. Da qui inizia una minuziosa esplorazione tra corpo e voce, con gesti minimi, quasi ipnotici, un respiro, un’espressione del viso, creando insolite correlazioni tra le varie parti del corpo. Compone sequenze di movimenti a volte fluidi, altre trattenute come se fosse guidata da fili invisibili. Per tutto il tempo della performance si rimane ammaliati da questa solitaria narrazione, leggera e potente. Un corpo scultoreo eppure mutevole, che fa risuonare le parole come i gesti per dare corpo alla voce. Come afferma nelle note di regia la stessa Hugonnet: (…) Per parlare di cosa ci anima. Per sentire la propria voce risuonare dal proprio corpo. Per parlare del luogo da cui parliamo e di ciò che cerca di dire. Per attraversare i molteplici strati di discorsi che si incrociano. Per parlare di separazione e connessione: separazione di vita, morte, amore, della propria immagine e sostanza (…) Voce del ventre, voce degli occhi, voce della mano, voce della bocca.