Voglio andare dove mi va e non fermarmi qua! Con queste parole iniziava la storica prima sigla italiana della serie animata ‘Pokemon’, in onda dal 1997.

A chi non fosse familiare, il fenomeno Pokemon è arrivato sotto forma di videgioco RPG (role-playing game) su GameBoy dal gigante Nintendo nel 1996. Il suo successo fu immediato e di proporzioni mai viste prima. Il contenuto si basa sul concetto di esplorazione, collezione e competizione. Attraverso il tuo avatar hai il compito di attraversare paesaggi e città e l’obiettivo di catturare ogni Pokemon sul quale riesci a posare i tuoi occhi virtuali, per poi farli combattere tra loro in modo da avanzare la tua carriera da allenatore. Detta così, tutto l’immaginario adorabile e morbidoso va un po’ a scemare, vero? Beh, non così tanto rispetto a qualsiasi altro franchise nipponico, in fondo. D’altronde nemmeno io, in piena ingenuità dei miei 11 anni, riuscii a sfuggire alla febbre dei ‘mostri tascabili’.

Recentemente il fenomeno è tornato a far parlare di sé grazie al suo arrivo su una piattaforma mai raggiunta finora: lo smartphone. Proprio quella tecnologia rivale che Nintendo temeva tanto, ora, grazie alla collaborazione con la società di sviluppo software Niantic Labs, i Pokemon appaiono realmente attraverso la nostra fotocamera!

La struttura del gioco ha dovuto ovviamente subire qualche alterazione, restando concentrata principalmente sul concetto di esplorazione, reso possibile grazie all’integrazione del servizio Google-Street. Tramite l’applicazione è quindi possibile passeggiare per qualsiasi regione del mondo alla presenza di mostri virtuali, andando a creare una particolare relazione socio-tecnologia mai vissuta prima d’ora: le nostre città, i nostri territori, s’immergono nella realtà virtuale, diventando in tutto e per tutto una mappa da esplorare. Persino io, nato, cresciuto e residente nel luganese ho notato, grazie a Pokemon GO, particolari della mia città che mi erano sfuggiti fino ad ora. L’incontro fra realtà e virtualità è capace di portare un nuovo modo di vivere il territorio! Il gioco contiene infatti dei centri d’interesse, chiamati Pokestop, accessibili virtualmente una volta arrivati nei paraggi e dai quali si può far rifornimento degli elementi utilizzati durante la caccia ai Pokemon. L’assegnazione di questi “centri”, molto probabilmente casuale o perlomeno non sempre coerente, si restringe in elementi quali di sculture, opere d’arte, graffiti ma anche stabilimenti particolari come centri commerciali, uffici istituzionali e cimiteri!

Ecco che l’applicazione, nata come gioco destinata ai ragazzini, anche se in verità sappiamo benissimo che non è proprio così (la maturità è sopravvalutata), può diventare uno strumento alla portata di chiunque e che permette la scoperta del territorio urbano in una modalità diversa e oggettiva. Infatti ovunque attorno al globo il fenomeno (più sociale che video-ludico) ha scatenato tra le più svariate dinamiche: tramite questa chiave di lettura, la giocabilità diventa profondamente immersiva, reminiscente di altri fenomeni videoludici di nicchia (p.e. Minecraft, ecc), nei quali è il cervello del giocatore ad alimentare il gioco stesso, così come l’esperienza comunitaria va a imporsi su quest’ultimo.

Certo, perché io non mi sorprenderei (o almeno non smetto di sperarlo) nel vedere il nostro caro sindaco Borradori aggirarsi per le vie storiche luganesi alla ricerca di un Jiglypuff.

Intanto autorità da vari paesi diramano avvertenze sulle distrazioni dei giocatori, poliziotti che proteggono luoghi pubblici fuori orario perché assegnati a dei Pokestop, adulti (NB: non ragazzini) che fanno ronde notturne di gruppo alla ricerca di pokemon rari e, soprattutto, persone che stanno all’aria aperta, frequentano luoghi pubblici, fanno movimento e socializzano con estranei!

I Pokemon impazzano, esce Ghostbuster e il nuovo album dei Blink 182. In che anno siamo?