Pentesilea… dotta, ma non seriosa. Curiosa e appassionata. Così si definisce l’Associazione Pentesilea di Torino che ha l’obiettivo di proporre l’arte e la sua storia attraverso linguaggi nuovi. Ne abbiamo parlato con Elena Di Majo e Federica Tammarazio.

Cosa significa per voi lavorare nell’ambito della storia dell’arte? E’ una sfida importante che sembra sempre disperata ma crediamo ce sia possibile quindi non demordiamo. Significa inoltre trovare il modo di fare ricerca e divulgazione, di non lasciare i risultati a inaridirsi come lettera morta, ma costruire intorno al lavoro scientifico un altrettanto solido percorso di informazione e diffusione degli studi storici e critici.

Quali sono oggi le sfide che l’Italia deve affrontare per la valorizzazione dei beni culturali? Oggi che c’è un fermento dal basso, il panorama delle strutture che si occupano di arte è cambiato: se fino a non molto tempo fa tutela, conservazione e promozione erano appannaggio esclusivamente di organi statali, oggi è sempre più rilevante l’apporto di cooperative, diocesi, musei civici, associazioni e fondazioni. Attraverso questi soggetti, solitamente molto motivati, è possibile raggiungere in modo capillare il territorio, promuovendo le realtà culturali e paesaggistiche in modo geograficamente più diffuso. Le istituzioni dovrebbero dare spazio a queste iniziative ma anche operare come filtro di qualità e coordinare i soggetti per evitare che queste energie si perdano in mille rivoli.

Un approccio nuovo, che vuole stimolare percorsi nel territorio alla riscoperta del patrimonio artistico, qual è il linguaggio giusto per parlare ai più giovani? I giovani possono essere molto reattivi ed entusiasti però bisogna trovare il canale giusto per comunicare. Il registro narrativo è molto adatto per cui abbiamo coinvolto l’Associazione Municipale teatro che metterà in scena uno spettacolo adatto a giovani e adulti per raccontare le vicende di una famiglia di migranti dell’arte.

Sulle tracce dei Solari un progetto a cavallo del confine Italo-Svizzero, cosa vuole raccontare e quali obiettivi si pone? Le maestranze lombardo luganesi mettevano in campo una migrazione stagionale per lavorare nei cantieri nei mesi estivi: l’obiettivo è raccontare la migrazione lavorativa attraverso l’attecchimento di un gusto decorativo, ossia attraverso il modo in cui i territori raggiunti da questi artisti migranti recepivano il loro lavoro, sviluppando un gusto e un interesse per le loro proposte. D’altra parte è anche importante capire che queste botteghe migranti, giunte in Piemonte, vi trovavano altri modelli, per cui le due realtà finivano per amalgamarsi, contaminarsi l’una con l’altra. L’idea di contaminazione e di predominanza è interessante, anche perchè riguarda i rapporti con i committenti, la competizione e la concorrenza tra botteghe, con episodi che a volte finivano nello scontro vero e proprio, a suon di carta bollata e non solo…