L’uomo di sé

L’uomo di sé

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by ArielleJay MorgueFile

L’uomo di sé. Ogni giorno è lì, al solito posto, a qualsiasi ora, o almeno nei momenti in cui passo. Avrà 60 anni: alto, enorme, di quelle persone che si potrebbero definire macigni, con due baffi che spiccano da lontano, da tanto la pelle è bianca. Come quella delle gambe che, anche in inverno, lascia scoperte: indossa sempre un giaccone imbottito verde, pantaloncini corti arancioni, calzini grigi fino alle caviglie e mocassini neri. Il luogo è l’entrata del suo condominio, o almeno credo lo sia, il quale confina con il marciapiede che porta alla stazione.

Lo scorgo solitamente appena termina la curva di via San Martino: eccolo, chissà cosa mi racconterà oggi. È un uomo buono, pacifico, che non ruba mai più di due minuti a tappa, due minuti in cui rivela una parte sé, cominciando esattamente da dove si è interrotto la volta precedente. Non mi ha mai raccontato la stessa storia, e mai una volta ha superato il limite di due minuti. La figlia che abita vicino, la moglie morta tempo fa, il lavoro che non ha più, l’automobile che ha deciso di lasciare, la casa che ha sistemato, il nipote che gli tiene la mano, il cuore che fa il ballerino, e il tutto termina immancabilmente con le parole “Mi scuso se le ho rubato un attimo della sua vita, ma avevo voglia di raccontarle un po’ della mia”.

Uno scambio, io ti do un po’ della mia e tu mi dai un po’ della tua, anche se in fin dei conti della mia vita non gli ho mai raccontato nulla: “Ma si figuri, mi ha fatto piacere ascoltarla: buona giornata”. Una frase che lui come sempre prenderà e posizionerà all’interno del suo libro, per sapere esattamente quale pagina dovrà raccontarmi, la prossima volta che ci vedremo.

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Scavalco finestre, sbircio nei cassetti, sbuco dagli armadi e mi arrampico per canne fumarie. A volte formica, altre cornacchia, in veste di bradipo osservo il mondo, lasciando al torpore dell’ozio il compito di amalgamare sogni, fantasie e realtà… un mix che spaccio per una caramella al gusto di melanzana, da mordere tutti assieme al tramonto, dopo il mio “un.. due… tre!”.