Mario Adorf è un attore di un’altra generazione. Di quelli poliedrici e che giravano un film dopo l’altro, passando da un ruolo drammatico a uno più leggero in pochi giorni. Nella sua lunga carriera sono più di cento le pellicole che ha girato. «Incarna un’idea di cinema che oggi non esiste più», dice Roberto Turigliatto che con Giona Nazzaro ha colloquiato con lui.

«Sono cresciuto in una cittadina in cui c’era un solo cinema e dunque non avrei mai pensato di lavorare in questo mondo. Ma il caso e gli incontri mi hanno portato prima in un teatro a Zurigo e poi a Monaco. Da lì iniziai a fare qualche particina fino a lavorare con il grande Robert Siodmark. In seguito provai anche la strada americana con Sam Peckinpah». Ma Adorf ne restò deluso. «C’era troppa concorrenza e poi avrei dovuto vivere a Los Angeles. Rinunciai».

Una parte importante della sua carriera la passò in Italia. Una quarantina i titoli al suo attivo. «Non fu facile perché all’inizio mi diedero solo piccoli ruoli, anche se importanti, come ne La visita o in Io la conoscevo bene di Pietrangeli o in A cavallo della tigre di Comencini. Grazie a questi ruoli mi feci conoscere». Accanto a queste parti più impegnate Mario Adorf recitò nei popolari poliziotteschi come La mala ordina o Milano calibro nove di Fernando Di Leo. «È vero, ma non li ho amati molto», taglia secco l’attore.

In Germania lavorò con registi più anziani e con la nuova generazione di autori. «Alcuni miei colleghi snobbavano i giovani, io no. Ho sempre creduto che i vari Fassbinder, Herzog e Reitz fossero il futuro. Ed erano entusiasti di quello che facevano».

Un aneddoto gustoso lo ha raccontato in riferimento ai registi Straub-Huillet. «Il loro è un cinema puro, rigoroso. Mi ricordo una volta che Straub mi stava facendo un primo piano e si accorse che non avevo le scarpe di scena. Io gli dissi: mi fanno male e tanto non sono inquadrate. Non importa, mi rispose, io le sento. Così, dovetti indossarle». Lo stesso Straub andò da Adorf un anno prima dell’inizio delle riprese per fare le prove. “Pensate, è venuto un anno prima e mi ha anche chiesto perché non sapessi a memoria la sceneggiatura. Lui ne aveva bisogno per capire quando respiravo».

Insomma, una storia legata al cinema del 900 la sua. Ottantacinque anni sulle spalle e la stessa voglia di interpretare i ruoli più diversi. Un attore di un’altra epoca.