imagesL’ultimo film dei fratelli Dardenne, presentato quest’anno a Cannes, si inserisce nel filone di ricerca sulla responsabilità sociale, che ognuno di noi dovrebbe avere verso il prossimo. Qui, rispetto ai precedenti, la protagonista non è un’emarginata, ma una giovane dottoressa di quartiere con la prospettiva di far carriera. Tuttavia, un giorno, la mancata risposta a una chiamata del citofono del suo studio, le sconvolge la vita. Il senso di colpa che le cade addosso, come un macigno, le fa cambiare prospettiva sul suo lavoro e sul prendersi cura del prossimo. Così come il desiderio di scoprire l’identità della ragazza che ha bussato alla sua porta invano, in realtà, rappresenta la voglia di restituire a quella persona un nome, una dignità di essere umano che la società le ha tolto.

Il lavoro è sempre ben curato. Con la telecamera a spalla che segue la protagonista da distanza ravvicinata. Come nei precedenti film, i Dardenne, non mollano il protagonista, le stanno sul collo, pronti a scoprire ogni sua esitazione, ogni sua sofferenza e dubbio. Perché sono sempre pellicole piene di domande le loro. E con poche certezze. Una certezza, abbastanza singolare, l’ho notata. Mi riferisco alla scelta dell’abbigliamento che caratterizza in modo indelebile il protagonista. La stessa attenzione agli indumenti che ci porta a ricordare, per esempio, gli stivali di Rosetta, la canottiera di Marion Cotillard in Due giorni, una notte. In questo caso è il cappotto della dottoressa a connotarne il ruolo.

Peccato per i problemi tecnici di ieri sera. Alla fine, non c’è stato un primo e un secondo tempo, ma anche un terzo, un quarto e un quinto. Siamo sicuri però che i bravi organizzatori di Castellinaria hanno già rimediato al problema.