Internazionale, fisico, emozionale. È la compagnia teatrale Instabili Vaganti di Bologna. Fondata nel 2004 da Anna Dora Dorno e Nicola Pianzola, la compagnia porta avanti una ricerca quotidiana sull’arte dell’attore e del performer e sulla sperimentazione dei linguaggi contemporanei attraverso collaborazioni artistiche con musicisti, video-maker e artisti visivi.  Ci siamo fatti raccontare il loro teatro.

Teatro e società come entrano in  relazione? «Per noi il teatro è la società, e viceversa. Sono uno lo specchio dell’altra e come tali si contaminano a vicenda. Siamo immersi nella società in cui viviamo e ciò che ci consente di fare arte credo sia proprio la consapevolezza che ci porta a prendere una posizione, ad esprimere le nostre emozioni, le critiche e le osservazioni che amplificano alcuni aspetti della società stessa, mettendoli in risalto e rendendoli maggiormente evidenti agli occhi di chi non ha tempo e voglia di farsi domande».

Quali sono le peculiarità del teatro civile, rispetto al teatro classico? «La definizione di Teatro civile forse non è proprio quella che rappresenta in nostro modo di fare teatro, inoltre riteniamo che anche la nozione di classico dovrebbe essere superata e non riferirsi più solo alla prosa e agli autori del passato! La nostra peculiarità è quella di trattare dei temi sociali o di impegno politico con un linguaggio diverso, un linguaggio fisico ed emozionale. Non un racconto nell’accezione classica, o sarebbe meglio dire lineare del termine, ma una linea narrativa fatta di azioni fisiche, immagini, canti, musica che mira ad arrivare diretta al cuore dello spettatore».

Cosa raccontano i vostri spettacoli? «I nostri spettacoli affrontano sempre delle tematiche che potremmo definire politiche e cioè a contatto con la Polis che però ci riguardano da vicino. Il nostro interesse per queste parte dalle nostre esperienze personali. In MADE IN ILVA per esempio, il tema dell’ILVA di Taranto è stato affrontato dal punto di vista della regista, nata e cresciuta in provincia di Taranto e che ha visto diversi suoi amici e parenti lavorare e anche morire in quella fabbrica. Partiamo sempre da temi generali che cominciamo ad indagare nei nostri progetti. La discesa nel contesto specifico è una conseguenza del nostro trascorso, qualcosa che risveglia in noi una particolare memoria, emozione o re-azione. In Desaparecidos#43, altro nostro spettacolo, abbiamo deciso di parlare dei 43 studenti messicani scomparsi ad Ayotzinapa, perché ci sentivamo di avere un legame particolare con il Messico e gli studenti delle Università con i quali abbiamo lavorato. Il nostro ultimo progetto parla invece dei nostri viaggi, della nostra vita in viaggio, e della composizione di un unica città globale che è frutto dei nostri ricordi e delle nostre impressioni e sensazioni. In generale più che un racconto vogliamo far emergere dal nostro lavoro delle emozioni e delle riflessioni da condividere con il pubblico».