Signore Signori e gatti, è da un po’ che manco all’appello, mi ero sornionamente appisolato sotto un rosmarino, in attesa di riuscire ad afferrare qualche personalità interessante. Lo ammetto, mi ero quasi dato per vinto che nel mio bel Ticino non ne passassero più, o meglio, che le avessi già catturate tutte le persone curiose o incuriosite… quando eccoti spuntare da lontano un’ombra lunga. Ho aperto bene un occhio, poi l’altro e d’istinto ho allungato la zampa in direzione di quell’immagine che pareva essere di un altro mondo. Per dindirindina! Ho detto tra me e me. È il regista Markus Zohner! Mi son subito dato un contegno, leccato lesto il pelo e sono sbucato fuori da sotto il cespuglio sfoggiando un gran sorriso e la coda dritta in su in segno di baldanza. «Per me è un vero piacere, oltre che un grande onore, poterla incontrare. Le va di concedermi un’intervista?» Il Signor Zohner si è fermato, mi ha guardato come si guarda un gatto giornalista, si è accomodato con calma sulla panchina del parco e ha risposto «Il piacere è tutto mio…»

L’ho presa come un consenso a procede e sono partito in quarta «quando è nato il suo amore per il teatro?» «È nato già da bambino, avevo sei o sette anni, quando mia mamma mi ha portato ai Kammerspiele di Monaco di Baviera per vedere il grande mimo Marcel Marceau. Ero affascinato dalla sua capacità di raccontare storie senza neanche dire una parola, con un’eleganza infinita e con una bellezza che mi ha reso felice. La mia decisione di diventare pantomimo era chiara come lo era la sua faccia. Poi finite le scuole, venendo da una famiglia di dottori, è maturata la volontà di diventare medico. Ho fatto la maturità scientifica a Monaco e mi ero già iscritto all’Università, ma per fortuna dovevo prima fare il servizio civile, avendo rifiutato di fare il servizio militare per obiezione di coscienza. Durante il servizio civile ho lavorato all’ospedale pediatrico dell’Università di Monaco, e il contatto con i bambini, alcuni di loro molto malati, mi ha fatto cambiare strada. Per alcuni mesi sempre durante il servizio civile sono stato al reparto oncologico, la medicina faceva per questi bimbi quello che poteva, i dottori cercavano possibili vie di cura e amministravano e somministravano medicamenti. Io, ero l’unico ad avere la possibilità di dedicare loro del tempo, per giocare, raccontare storie. Sono stati questi piccoli ammalati ad insegnarmi quanto fossero vitali queste storie. Racconti di principi e di nuore cattive e di draghi sconfitti. Comprendendo questa loro necessità, il mio vecchio sogno di bambino è tornato. Quasi inconsciamente ho iniziato a cercare delle accademie di teatro in tutta Europa, e ho trovato la scuola Teatro Dimitri, che era una delle scuole più importanti in questo campo a livello europeo. Terminato il servizio civile ho subito iniziato la mia formazione…» 

Gatto ama quest’uomo immediatamente! Lo sto guardando facendo le fusa e non riesco a smettere di socchiudere gli occhi. Perché noi gatti siamo così, amiamo chi sa inseguire un’aspirazione, chi si lascia guidare dal cuore e va incontro al sogno.

Continuo il mio lavoro chiedendo a Markus quali siano i temi sui quali preferisce lavorare «Mi interessa tutto quello che umano. Come l’uomo gestisce i grandi temi, le grandi domande della vita, come l’amore, la morte, e i sentimenti che ne derivano: la paura, la speranza. Poi, tutta la sua fantasia, le sue creazioni: storie, religioni (che sono storie), società, politica. Mi interessa l’uomo, in tutta la sua ricchezza, la sua fragilità, la sua fallibilità, le sue illusioni, le speranze, nella sua enorme piccolezza, e nella sua minuscola enormità».

La sua minuscola enormità, la sua enorme piccolezza. Anche io amo molto osservare l’essere umano. Per me a volte l’agire dell’uomo è incomprensibile, ma si sa che noi gatti siamo particolarmente evoluti, a certe storie, noi, non crediamo più da secoli e la groppina da rissa è più una posa per far colpo sulle gatte, che una vera dichiarazione di guerra… proseguo

«Nella vita, quando non sta facendo teatro, cosa ama fare?» « Non conosco distinzione fra quello che uno potrebbe chiamare lavoro e la vita privata. Lavoro sempre, vivo sempre. Di solito lavoro a più progetti. Ho appena terminato Cappuccetto infrarosso, il giorno dopo ho iniziato la collaborazione alla regia dei Pagliacci all’opera di Berna, sto sviluppando la nostra nuova produzione teatrale per la fine del 2016, sto scrivendo due radiodrammi e sto progettando e sviluppando Radio Petruska. Adoro stare nella natura a camminare, leggo sempre, sono sempre nei musei e quando posso vado a teatro. Sono andato molto in barca vela e fino qualche tempo fa ho avevo la licenza di Pilota.»

Sono intento ad immaginare un aereo abbastanza lungo per contenere tutte le gambe di Markus Zohner che saranno quanti metri? Assorto da questi pensieri profondi capisco che è il momento giusto, sono già completamente rapito dalla vita piena che ha quest’uomo e credo che anche solo dormire sul suo divano possa essere esperienza interessante, quindi la butto là «Ha animali? Per esempio gatti?» «Ho una tartaruga, che ho ricevuto in regalo dai miei nonni il mio primo giorno di scuola. È relativamente piccola, ma fra un po’ compie mezzo secolo. Intendo mezzo secolo con me. Non so quanti anni aveva quando l’ho ricevuta, è sempre uguale, giovane e pimpante. È un animale molto dolce, fedele in un certo senso. Cerca la vicinanza umana, quando sono a casa arriva – ha bisogno di contatto e di affetto. Attualmente vive a Monaco da mia mamma, perché sto troppo in giro e non riesco a prendermene cura abbastanza»

Una tartaruga? Faccio due conti al volo. Ce la posso fare! Sono certo di potermela giocare stavolta. Una tartaruga non ti fa davvero compagnia in viaggio… è troppo lenta… un gatto invece… sferro il mio colpo di genio e cerco di farmi varco giocando la carta della simpatia «So che ha fatto una lunga camminata che l’ha portata da Venezia a San Pietroburgo… con la sua ampia falcata ci ha messo meno?» Sorride Markus e mi guarda con un’espressione che significa ti ho sgamato gatto! «Si. E no. Ci ho messo meno quando camminavo. E ci ho messo di più, perché mi sono fermato a mangiare il gelato a Danzica. Con una montagna di panna». Caro gatto touché!

Faccio il finto tonto e proseguo «Che cos’è secondo lei la vita?» «Un’attimo meraviglioso. Una scintilla, un lampo. Un momento universale, così corto, così prezioso, così fortunato. Sai che in tedesco fortuna e felicità sono la stessa parola? Glück!»

La felicità è una fortuna? O la fortuna porta felicità? Da gatto ritengo che la felicità sia uno stato che l’essere umano può conquistare, e che la fortuna aiuti nel cammino verso la felicità. Credo molto nelle azioni, nella ricerca, nel potenziale. Non ho dei credo religiosi. Chissà se il Signor Zohner ne ha. Glielo domando «Cosa pensa della religione?» «Penso che la religione sia stata uno strumento di educazione dell’uomo. La nostra è stata creata nell’età del bronzo. Uno strumento per vietare all’uomo di uccidere altri uomini e per educarlo a convivere con i suoi vicini in maniera più o meno pacifica e ordinata. Uno strumento di potere, di sottomissione, elementi necessari per l’educazione, almeno a quei tempi. È uno strumento che toglie possibilità di decisione e libertà all’uomo, e in questo senso non solo non credo in un dio, ma contrasto anche le strutture di potere connesse alla religione, cioè le chiese. 3 o 4000 anni fa la religione può aver avuto un’importanza per la convivenza dell’uomo, per la formazione delle prime società, per regolare i comportamenti nella nascente sedentarietà. Oggi invece i valori umani, sociali ed etici non sono più legati ad una religione, ma sono legati alla nostra società. Come gli antichi greci insegnavano alla gente che l’ospitalità era sacra, perché era sacra agli dei, la religione cristiana insegnava alla gente di non ammazzare il suo prossimo, perché era parola di dio. Ma come gli Dei greci, un Dio cristiano è un’invenzione letteraria (stranamente siamo tutti d’accordo sul fatto che gli dei greci sono un’invenzione letteraria, invece tanta gente ancora oggi crede e difende una reale esistenza di un Dio Cristiano. Io non vedo alcuna differenza, nella fenomenologia.) Secondo me, sia Zeus, sia Il Santo Padre sono molto importanti, nel loro senso letterario. Con loro come protagonisti, l’uomo racconta delle storie grandiose, ma non bisogna fraintendere e pensare che siano qualcosa che realmente esiste. Per me la fantasia è reale, è una parte concreta e vitale dell’uomo e in un certo senso tutto è una nostra fantasia. Ma non significa che dobbiamo prendere un Dio creato con la nostra fantasia come qualcosa di vero e concreto alla stregua di un limone posato sul tavolo davanti a me. È anche una questione di responsabilità. Trovo importante che un uomo adulto, un uomo di oggi, si prenda la responsabilità di se stesso e della società nella quale vive e non la deleghi ad un essere immaginario. È un’attitudine infantile, quella di dirsi: qualcun’altro, qualcuno onnipotente, mi salverà. Per un bambino è così: i genitori, la madre, il padre, lo proteggono e lo salvano. Ma fa parte del diventare adulti realizzare che questo genitore universale, questo salvatore non esiste. Che credere alla sua esistenza è un bisogno infantile. Essere adulti significa anche saper reggere il dolore senza il conforto del genitore. Realizzare di essere soli. Comprendere di essere nati e capire che si morirà perché questa è la vita. La mia vita, e la mia morte sono nelle mani delle leggi naturali. Sono anche nelle mani di altri uomini, nelle mani della scienza, della medicina, della società. Sono nelle mani dei contadini che coltivano per me delle carote. Sono loro che ringrazio, e sono loro quelli di cui devo prendermi cura, per i quali devo essere responsabile. Come sono responsabile per la salvaguardia della terra e per l’inquinamento, sono responsabile dei miei vicini, e dei bambini. Non c’entra un Dio. Non c’è nessun altro responsabile al di fuori di me. Al di fuori di te. Al di fuori di noi».

Io mi sono un po’ perso, ma una cosa l’ho capita bene e la sposo: la responsabilità è di tutti. Troppo facile delegare altri. Un po’ come nella favola di cappuccetto rosso, in cui la responsabilità del male viene attribuita tutta al lupo. Immerso nel mio ragionamento distrattamente chiedo «Secondo lei era poi necessario tagliare la pancia al lupo?» il mio ospite non si stupisce della domanda, sembra quasi che mi abbia letto nel pensiero e seguito fino a qui il filo inconscio «Dipende da che punto di vista si guarda quel momento. Credo che Cappuccetto Rosso e la nonna erano contente dell’arrivo del Santo Padre. oh scusa: del cacciatore. Forse anche la mamma di Cappuccetto, anche se non ne sono tanto sicuro… Il lupo un po’ meno mi sa» ride di gusto e continua «forse questa domanda sarebbe da rivolgere alla persona direttamente interessata. Tu che ne dici?»

Io dico solo che un gatto in casa Zohner ci starebbe proprio bene! «Non pensa che un gatto parlante in casa le farebbe comodo?» a domanda risponde«Mi manca solo quello!»

Quel dommage!