imagesHo letto recensioni entusiaste che non capivo. Le ho rilette e ho capito meno di prima. Probabilmente ho delle pecche intellettuali. Anche le scelte delle giurie non le ho capite fino in fondo. O, forse, solo in parte. Questi giorni di Festival mi hanno fatto pensare a come il mondo del cinema sia diviso in due: da un lato c’è il pubblico e dall’altro lato i critici e certi registi che presiedono le giurie. Questi due mondi, il 90% delle volte, viaggiano su binari paralleli.

Ho letto che questo Palmarès scopre una cinematografia finora sconosciuta, come quella bulgara. Un segnale di rinnovamento che arriva dall’est europeo, dicono. È vero, penso, questa cinematografia non è molto conosciuta. Ma se il rinnovamento è riproporre un film già visto e rivisto mille volte al Festival (magari non era bulgaro, ma ucraino o kazako), allora non credo che si possa parlare di rinnovamento.

Ho letto che film piacevoli, divertenti e intelligenti, come La Prunelle des mes yeux non avrebbero dovuto trovare posto nel concorso, perché non hanno nulla a che fare con la ricerca e con gli obiettivi del Festival di Locarno. Ora, mi piacerebbe sapere quali sono questi obiettivi. Mi sembra che uno di questi sia scovare giovani autori da lanciare a livello internazionale. In teoria è così, ma attenti, questo non basta. Devono anche realizzare film cupi e noiosi. Possibilmente psicologici e che siano ambientati in luoghi desolati come la periferia di una città bulgara. Nessuno lo dice, ma è così. Un film piacevole non vincerà mai. La santa alleanza tra la giuria e i critici non lo permetterebbe mai. È una regola, non scritta, che tutti rispettano. Anche la regista vincitrice, contenta (si fa per dire perché lei è un po’ come il suo film) per il pardo d’oro, lo ha affermato: «se fai cinema, se fai dell’arte sei obbligato all’impegno. Il puro divertimento non mi interessa». Dimenticandosi probabilmente che il cinema divenne arte proprio grazie a registi che fecero film comici: Buster Keaton e Charlie Chaplin probabilmente dicono qualcosa anche a lei. E, venendo ai giorni nostri, come non ricordare un cineasta di un Paese fuori dal sistema cinematografico mondiale (alla stregua della Bulgaria) come la Finlandia? Sì, parlo proprio di Aki Kaurismäki, che a Locarno è di casa.

Con questo non voglio dire che un film bulgaro deve essere per forza cupo. Ma Godless non è innovativo a livello formale, né ha aspetti particolarmente emozionanti nel plot. Certo, è un film realista. Mostra uno spaccato di una società alienata. Ma quante volte lo abbiamo già visto? Decine, centinaia. Anche e soprattutto al Festival di Locarno. Non dimentichiamo che il realismo, nel cinema, risale agli anni Venti del secolo scorso grazie all’avanguardia tedesca. Ed è poi stato declinato in diversi modi nella storia: il realismo poetico francese, il neo-realismo italiano, il realismo socialista sovietico, senza scordare il filone documentaristico.

Anche dal punto di vista tecnico non mostra soluzioni particolarmente accattivanti, non è né sperimentale, né ha rinnovato nulla partendo dalla tradizione cinematografica. Anche la scelta di usare il formato 4:3 non è una novità. Un regista giovane e inventivo come Xavier Dolan, usa questo formato, come tutti gli altri, con disinvoltura: lui li cambia a dipendenza di quello che vuole dire.

Ricordo, inoltre, che anche la lentezza (che uso quale sinonimo di noia), a volte, può essere un elemento interessante. Pensiamo ai lunghi piani di Barry Lyndon, o all’assenza di comunicazione nei film di Antonioni. In quei casi la noia fa parte del film e ha un senso preciso. Qui? Probabilmente anche, ma arriva in ritardo di 40-50 anni rispetto ai due esempi citati.

In definitiva credo che nella frase della regista bulgara ci sia tutta la distanza tra i due mondi. Quello di chi guarda i film e quello di chi li gira (non tutti per fortuna). Una distanza, purtroppo, che nel 2016 è sempre più evidente. Basta osservare i film proiettati nelle sale durante l’anno e quelli che vincono un Festival come Locarno. Davvero un gran peccato per il cinema, l’arte più popolare che ci sia.