Uno spettacolo in cui la scenografia parla.

Due ora ininterrotte per riflettere sulla migrazione e sul rapporto con gli altri. Questa vuole essere la suggestione di Human, di Marco Baliani e Lella Costa.

Dall’Eneide ai giorni nostri sulle rotte del mare che tutto inghiotte, comprese le nostre anime.

Ma a parlare, più che le parole, sono gli abiti. Una parete di vesti. Maglioni, magliette. Cappotti e giacche a vento. Pantaloni, camice e sciarpe. Una parete che trasuda umanità.

Quella umanità che non ascolti con le orecchie. Quella umanità a cui non serve urlare, piangere o filosofeggiare. L’umanità delle viscere. Quella umanità che, non più nuda, si veste e così facendo racconta una, dieci, mille storie.

È quella immensa parete di abiti a colpire dritta allo stomaco. Sono la profondità di quei capi a restarti impressi nella mente.

Perché ci pensi. Si, si, ci pensi. Quando esci da teatro. Mentre rientri a casa. Ricordi quella immensa parete, che da sola in un solo secondo ti racconta tutto. Ti sbatte in facci la vita e anche la morte.

E tu continui a pensarci. Non ricordi i passi dell’Eneide. Non le tante parole ascoltate. Pensi solo e soltanto a quello che hai riconosciuto inequivocabilmente come universale. Quegli abiti! Quella umanità. Che è di tutti.

Human – Marco Baliani e Lella Costa – Territori 2016