Gerry Mottis e Fratelli Neri. Creativo, intraprendente, sensibile. Questa la fotografia dello scrittore Gerry Mottis. Scopriamo insieme qualcosa in più su di lui, in attesa di leggere il suo nuovo libro Fratelli Neri, in uscita questo mese di maggio.

Da dove nasce la tua passione per la letteratura e la scrittura? «La mia passione nasce da molto lontano, oserei dire dai primi libri che ho ricevuto quando ho imparato a leggere. Sin dalla scuola elementare mi divertivo molto a leggere fiabe e a trascriverle storpiandone le storie, inventando dei finali alternativi e fantasiosi. Durante gli anni della scuola dell’obbligo ho passato molto tempo a leggere, soprattutto Stephen King, e a scrivere. Al termine del liceo di Bellinzona, mi sono iscritto all’Università di Friburgo e ho studiato letteratura italiana. Oggi insegno italiano e scrivo in lingua. Posso dunque affermare che questa passione mi accompagna da sempre e che oggi cerco di trasmetterla anche ai miei allievi».

Hai all’attivo ben 6 titoli. Come scegli le storie da raccontare? «Le storie di un libro possono nascere in mille modi differenti: da un fatto di cronaca, da un titolo, da un’immagine, da un film, da una canzone, oppure semplicemente da una discussione tra amici. Nella maggior parte dei casi, però, prendo spunto dalla realtà. Sono molto curioso per natura, interessato a tutte le forme di sapere, perciò mi lascio influenzare da molti aspetti. Nelle mie ultime opere, come per il mio primo romanzo Fratelli neri, ho attinto direttamente dalla Storia. Parlando con gli anziani dei paesi della Mesolcina, dedicandomi poi allo studio della storia locale, ho trovato e trovo tuttora molti spunti per scrivere vicende e per raccontare fatti dimenticati dal tempo, ma che vale la pena di riportare alla luce, come appunto la vicenda dei fucilieri africani in Mesolcina durante la Seconda Guerra Mondiale».

Il tuo ultimo lavoro, Fratelli Neri, sarà presto nelle librerie, cosa si può aspettare il lettore da questo libro? «Fratelli neri narra la storia del primi internati africani nella Svizzera italiana. Anche se non si tratta di un libro propriamente storico, poiché infarcito della giusta dose di fantasia e creatività, esso si riferisce a fatti realmente accaduti in Ticino che accompagneranno il lettore a vivere le stesse emozioni intense e contraddittorie della gente di un paesino della valle Mesolcina, Roveredo, che nel 1943 si è trovata per la prima volta faccia a faccia con dei combattenti delle colonie francesi in Africa. La storia, può essere letta come un romanzo di fantasia e di avventura, d’amore e di timore, di guerra e persecuzione, d’accoglienza e di generosità, ma può anche essere attualizzata e ragionata, permettendo al lettore di confrontarsi con se stesso e con l’altro, il diverso, il perseguitato, l’immigrato di oggi. Ad indirizzare la riflessione del lettore, vi è anche la prefazione del noto regista svizzero-algerino Mohammed Soudani e un ampio compendio storico dettagliato di Stefano Mordasini».

Immagina di dover suggerire ad un amico 3 buone letture, quali titoli consiglieresti e perché? «Dipende dall’amico. Se è un buon lettore, consiglierei Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij, che ho amato moltissimo; opera psicologica che ci confronta con il senso del peccato e del male nell’uomo, argomento complesso ma necessario in un’epoca che sta smarrendo la luce. Consiglierei poi un altro libro che ho letto in un fiato, Cecità del premio Nobel José Saramago, che affronta e capovolge genialmente la prospettiva della disumanità, della cupidigia, del male che serpeggia nell’uomo degradato a bestia che cerca unicamente di sopravvivere; in un mondo dove tutti diventano ciechi, i padroni diventano coloro che sono sempre stati non-vedenti. Come terzo libro, consiglierei invece qualcosa di più leggero ma intrigante, soprattutto per il titolo: Memorie delle mie puttane tristi di Gabriel Garcia Marquez, anche premio Nobel, per ricordarci che l’amore non ha età e che le pulsioni, quelle sane, sono il dolcificante delle nostre esistenze…».

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Sono nata a Lugano ma ho studiato e vissuto a lungo a Siena. Ho unito l'antropologia, la creatività, la mia passione per la comunicazione al mio carattere organizzato... il risultato è #faigirarelacultura.