Franco Semini è un fotografo per passione e vanta molti anni di esperienza nell’osservare il mondo da dietro l’obiettivo della macchina fotografica. Abbiamo fatto due chiacchiere con lui per farci raccontare la sua fotografia.

Lei ha partecipato a un concorso fotografico, indetto dalla Galleria 9 m2, ottenendo un ampio consenso. «Ho accettato la disputa poiché me lo chiesero i miei amici galleristi Katia e Walter Ghidini. Durante sessant’anni di scatti fotografici mi sono confrontato meno di una decina di volte con altri fotografi, senza mai collezionare un premio. I concorsi e le mostre collettive dedicati alla fotografia otterrebbero un successo reale se fossero destinati a sconvolgere il modo di concepire, o perlomeno d’osservare, le immagini; ormai, in questi due contesti espositivi, io non identifico questa avventura, né credo più che possa verificarsi. Ma il problema è spesso il medesimo anche in pittura».

Ma allora, quale modalità rappresentativa consiglierebbe? «Partecipando alla vita sociale dei fotoclub, mi è capitato spesso di udire la domanda – Chi paga la stampa e la cornice? – rivolta dai fotografi quando si organizza una mostra collettiva. Stampare una fotografia costa spesso di più della tela e dei colori utilizzati dai pittori, soprattutto quando si ha cura di come viene riprodotto uno scatto. Senza seguire l’intero processo di stampa, è infatti molto probabile che l’immagine risulti infedele rispetto a quella immortalata sulla pellicola o un file. Seguire la stampa a mano a mano che si sviluppa, è un procedimento che assomiglia a quello che nella lingua conduce alla costruzione di uno scritto.  Una mostra, se organizzata in uno spazio consacrato ad essa (detesto le pareti dei bar!), chiede acutissima attenzione e la totale partecipazione da parte del fotografo: ogni dettaglio non è superfluo, inclusa la divulgazione dell’evento che deve annodare i fili per attirare i visitatori».

Qual è la sua opinione sull’attuale fotografia ticinese? «I problemi sono gli stessi ovunque: svariati eventi si accompagnano a dei concorsi fotografici che poi si perdono nell’anonimato: l’avvento del digitale ha rivoluzionato le sorti della fotografia che sembrava sempre più destinata all’oblio: per ora non c’è quasi segno che per la rinnovata scena vi sia un chiaro riferimento alle ideologie estetiche – perlomeno le più correnti – proprie dell’intero mondo artistico: tanti nuovi fotografi hanno eretto una barriera di tipo narcisistico, ipervalutando l’apparecchio fotografico e l’intervento di un processo di post produzione che distruggono, anziché liberare, la pratica e il vero senso della fotografia. Il conseguente disinteresse conduce così alla chiusura delle gallerie e i musei temono la mancanza di consensi se divulgassero le immagini scattate dai fotografi del luogo».

Che cosa consiglia a chi vuole avvicinarsi alla fotografia con l’intenzione di farsi conoscere? «Durante l’ultimo anno ho utilizzato un apparecchio fotografico con un sensore di piccolo formato e una risoluzione di soli 12 MegaPixel (gli attuali telefoni portatili offrono requisiti più performanti). Ebbene, operando con molta attenzione, ho scattato immagini quasi perfette rispetto al dettaglio tecnico. Ho ricevuto di recente l’apparecchio che aspettavo da tempo – non un mostro – accompagnato da quasi quattrocento pagine d’istruzioni d’uso! Tempo di posa, distanza di messa a fuoco e diaframma hanno bisogno di così tante spiegazioni? A chi mi chiede un consiglio rispondo spiegando che bisogna semplicemente valutare questi tre parametri, concentrasi sul soggetto e… scattare la foto. Ma poi aggiungo che, per percorrere l’infinito sentiero della scrittura fotografica, è necessario frequentare i musei – forse bastano trent’anni – osservando dipinti e sculture, che bisogna scoprire l’architettura, che si ascolti la musica di Bach, Stravinskij e John  Cage, che si leggano Proust, Pasternak e le poesie di Octavio Paz. E, infine, aggiungo due miei aforismi:  Il mio occhio è un grandangolo, ma la mente un teleobiettivo. E continuo dicendo: Mostrare con successo un’immagine è come conquistare il bacio di una donna. L’abbraccio del fotografo dovrà essere percepito inaudito, rivelatore, luci e colori, tormentato o dolce e mai banale. La tecnica (l’astuzia) arricchisce, ma rimane solo una scelta iniziale».

Descriva la sua fotografia. «Fotografia e poesia, oppure scrivere e fotografare di tutto, si alternano nel poco tempo che riesco a dedicare loro. In ambito fotografico ho rappresentato tutto, salvo ovviamente la guerra e anche il nudo.  La vita femminile va rispettata e bisogna privilegiarne il valore, cosa difficilissima da attuare. Se poi, dopo miliardi di foto già scattate, il corpo femminile servisse solo a un esercizio di stile in subordine a ombre e luci, in svariati altri campi dell’immagine trovo il modo d’esprimermi con maggiore autonomia. Osservando i miei scatti, sembra impossibile credermi quando sostengo che tutti ruotano attorno al particolare e privilegiato legame con la realtà che la fotografia ha sempre potuto vantare. Ho lavorato tantissimi anni con la pellicola, ma poi una mia complessa tecnica di ripresa poteva semplificarsi utilizzando apparecchi digitali. La capacità di alterare digitalmente una foto ha distrutto la condizione di base della fotografia, ma la mia scrittura segue sempre rispettosa l’asse dei principi semiotici (ad esempio, l’acquisizione dell’immagine in tempo reale) e, come succede in camera oscura, utilizzo la post produzione solo per ricostruire la natura profonda del messaggio al momento dello scatto, cioè colore-contrasto-luminosità. Nel 1965 ho iniziato a fotografare a colori e non ho più cambiato idea. Ma una svolta decisiva nel linguaggio avviene a Vienna nel 1985: la seduzione cromatica, formale ed espressiva di alcune fotografie scattate sperimentalmente (sovrimpressione di più scatti sullo stesso fotogramma) mi affascina e mi libera definitivamente dai condizionamenti estetici che la critica fotografica da sempre privilegiava. Da qui in poi, usando spesso tecniche inusuali, il mio linguaggio fotografico è ispirato e indissolubilmente legato a tutta la pittura del Novecento. Dieci anni ancora e le frontiere espressive cambiano di nuovo: fotografo attraverso pezzi di cristallo che tracciano profili cromatici sorprendenti. Riesco così a dissolvere sorprendentemente un oggetto facendogli perdere la connotazione precisa delle forme; i colori esplodono in modo incontrollabile. Ma poiché il campo d’impiego della nuova tecnica era limitativo, il continuo rinnovamento dello stile compositivo si risolve infine con l’uso di specchi quasi sempre di grandi dimensioni e facilmente deformabili anche solo da un leggero soffio di vento. Si trasgrediscono le regole della verosimiglianza, ma anche se sembrano irreali ed enigmatici, i soggetti conservano sempre una forte riconoscibilità. Viaggio poco e l’ultima volta che lasciai l’Europa fu nel 1972. Malgrado ciò posseggo un archivio fotografico nel quale, dopo attenta scelta, appaiono circa mille fotogrammi».

Per concludere, le chiedo che cosa desidererebbe portare con sé trovandosi su un’isola deserta: un libro o delle fotografie? «Vorrei il libro con tutte le fotografie di Eugene Smith; sono tanti racconti fotografici, uno sguardo sul mondo come nessun altro fotografo è riuscito a trasmettere con eguale liricità. La sua lettura è una scorciatoia per arrivare all’anima».