Sociale, libero e umano. Tre aggettivi che ben rappresentano il collettivo FormeUniche che attraverso la fotografia vuole raccontare i cambiamenti della società contemporanea, il lato positivo dell’immigrazione e della diversità come valore umano universale. Come ci spiegano  Francesco Gallo e Marco Pieraccini.

Cosa è FormeUniche? «FormeUniche è un collettivo ma anche un progetto fotografico a scopo sociale. Il nostro intento è quello di  raccontare i cambiamenti della società contemporanea attraverso le immagini. Crediamo nella diversità come valore umano universale e come argomento di scambio culturale. Fotografiamo la società che ci circonda, ascoltiamo le storie che ci vengono raccontate e ci meravigliamo ogni volta scoprendo quanto di buono ci sia negli esseri umani. Il gruppo artistico, nato a Firenze nel 2014, vanta all’attivo collaborazioni con vari Festival Culturali. Ottiene nel 2016 il Patrocinio di Amnesty International Italia  Per l’impegno nel trasmettere la ricchezza della diversità intesa come patrimonio culturale comune di tutta la società».

Qual è il fine del vostro lavoro e come lo realizzate? «Il progetto fotografico è realizzato interamente in no profit, le stampe che portiamo in giro per l’Italia da due anni a questa parte sono auto prodotte. Ai Festival e alle realtà ospitanti chiediamo quasi sempre ospitalità per l’inaugurazione o un minimo rimborso spese come sostegno per lo stesso. Puntiamo alla diffusione di un messaggio di pace e pertanto non chiediamo nessun tipo di riscontro economico. L’intento è quello di mostrare agli spettatori la bellezza del diverso, aprire un dialogo tra le culture e riuscire a raccontare nel nostro piccolo che i cambiamenti sociali dell’Europa negli ultimi anni hanno un ripercussione positiva su tutti. Vogliamo ribadire che la diversità e la bellezza hanno infinite possibilità si scambio e rappresentano una miniera culturale da cui è possibile attingere a piene mani. Vogliamo infine ritrarre i cambiamenti sociali e razziali e le mescolanze etniche che fino a pochi anni fa sarebbe stato impossibile rappresentare. Vogliamo che lo spettatore sia cosciente che nell’accettazione alla diversità opera il cambiamento fuori e dentro di noi, che il dialogo ci permette di capire gli altri e noi stessi e che avere paura del diverso produce solo un insensato stato di chiusura mentale».

Qual è la società che scoprite da dietro il vostro obbiettivo? «Quello che abbiamo scoperto in questi anni di fotografie scattate per strada a sconosciuti e che questo clima di tensione sociale di cui parlano i giornali non sia del tutto reale. Ci siamo accorti che la società sta viaggiando verso un approccio individualistico, ma allo stesso tempo esiste ancora moltissima fiducia nella razza umana. Questo è proprio quello che abbiamo amato fin da subito. Non siamo fotografi di reportage, non amiamo “rubare” volti e momenti privati alle persone, noi cerchiamo il contatto umano. Avviciniamo gli sconosciuti per strada, parliamo con loro chiedendogli di partecipare a questo progetto, ascoltiamo le loro storie e la loro provenienza. Abbiamo fotografato centinaia di volti, abbiamo incontrato gente di più di 50 nazionalità differenti. Ci siamo riempiti gli occhi della bellezza del mondo».