Tre parole semplici ma significative per raccontare l’impegno di teatro d’Emergenza: storia. Attore. Spettatore. Una ricerca costante che non si dimentica dello scopo primo del teatro. Teatro d’emergenza sarà in scena giovedì 19 maggio al Teatro Sociale di Bellinzona con la sua ultima produzione Finale di partita, abbiamo parlato con Luca Spadaro di teatro e del suo significato.

Per teatro d’emergenza cosa significa la drammaturgia? «Gli spettacoli di Teatro d’Emergenza si svolgono principalmente su due linee. Da un lato la messa in scena di testi della grande tradizione del ‘900; dall’altro la creazione di nuove drammaturgie. Nel primo caso la drammaturgia è l’ipotesi da raccontare. Noi l’affrontiamo come una serie di indizi da cui fare scaturire i personaggi con i loro segreti e la loro concreta presenza. Nel caso dei testi originali ci ritroviamo a continuare la tradizione delle più antiche compagnie che producevano da sé tutti gli strumenti necessari alla messa in scena. In entrambi i casi ci interessa raccontare una storia e farlo usando l’attore come strumento principale».

Il vostro ultimo lavoro, finale di partita, cosa vuole raccontare al pubblico e alla società di oggi? «Si affronta uno dei tabù più difficili da scalfire della nostra epoca: la mancanza di senso dell’esistenza, la paura di quel vuoto che ci può spegnere. E lo si fa con l’ironia beckettiana, in ironia che non vuole banalizzare la storia o renderla più digeribile. L’ironia e l’umorismo sono il punto di vista di chi vede lucidamente come siamo».

come si reinterpreta, secondo voi, un classico nel teatro contemporaneo? «Spesso si cerca di sorprendere il pubblico , di scardinarlo, di trovare una chiave di lettura inattesa. Dopo tanti anni di riscritture il rischio è quello di cercare l’originalità fine a sé stessa, la novità per paura di annoiare. Noi proviamo a mettere l’attore al centro del progetto è di lasciare il regista, come il dio di questo universo in miniatura present partout et visibile nullepart».