Utopia di stato uguale distopia. Cosa succederebbe se una pillola fosse in grado di cancellare ansia, malessere, perfino i ricordi? Un sogno per molti, ma tutto ha un prezzo.

La fabbrica della felicità, pièce ispirata al romanzo Mondo nuovo di A. Huxley e rivisitata da Irene Canali, messo in scena al Foce di Lugano dal Connettiv024grammi, racconta una società dipendente che ha perso se stessa e vive sucube del Soma, il farmaco miracoloso che tutto cura. Figure al limite dell’isteria, in preda all’astinenza o smaniose di una perfezione assoluta impossibile da raggiungere nella vita reale.

Aspra critica alla società contemporanea quella del giovane gruppo milanese, costruita con sagace ironia, spesso al limite del sarcasmo, che invita il pubblico ad una riflessione. Cosa ci rende felici? Quali sono i valori che possono elevare l’animo umano?

I personaggi che vivono sul palco sono specchio di un pensiero moderno, non più capace di accettare i limiti che la natura impone. Un’umanità pronta a cedere il proprio libero arbitrio in virtù di una apparente felicità in pillole. E per questo burattino nelle mani di uno spacciatore avido e crudele.

Non manca la denuncia allo Stato, dapprima complice e poi incapace di reagire alla deriva dei suoi cittadini.

Un buon lavoro quello del Connettiv024grammi, che grazie al premio testinscena, ha avuto la possibilità di avvalersi del tutoraggio dell’attore e regista italiano Mattia Fabris.

Un lavoro ancora in divenire, ma che ha già ottime basi. Da limare alcuni passaggi forse un po’ troppo didascalici, ma nel complesso uno spettacolo che merita di essere visto.