Diabolik. Non rubo per dare ai poveri. Non sono Robin Hood. Io prelevo ai ricchi per far piacere alla mia donna. Lei, Eva Kant, è bellissima, biondissima e innamorata di me e dei gioielli che le regalo. Adoro rubare, mi piace mimetizzarmi per farla sotto il naso a Ginko. In questo film, del maestro dell’horror Mario Bava, il mio gemello del fumetto non mi somiglia molto. Io non mi trasformo come lui e non uso il penthotal, il siero della verità. Certo, mi muovo a scatti, come se fossi immerso in una striscia in bianco e nero, ma in questo film mi piace circondarmi di colori e di oggetti dal design futuristico. E i vestiti femminili sono moderni ancora oggi a quasi 50 anni di distanza (già perché quest’opera è stata girata nel 1968, mica l’altro ieri). Soprattutto adoro i miei nascondigli e alla fine di un colpo mi piace far l’amore con Eva sopra una montagna di dollari.

Io non sono davvero cattivo. Sono un ladro gentiluomo. Rubo ai ricchi e faccio arrestare i furfanti. Quelli veri come Valmont-Adolfo Celi. Ecco, lui è un vero cattivo: senza cuore e senza rispetto per le donne.

A me, in fin dei conti, basta poco per essere felice: Eva, una jaguar e una montagna di gioielli. Ok, d’accordo, anche una spruzzata d’oro mi va bene. Proprio come quella dell’ultima, meravigliosa e plastica scena.

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