Seduti in aereo le emozioni sono gocciolanti, come la porta alla nostra sinistra, stiamo per raggiungere una terra colorata il Marocco. Il viaggio trascorre  bene, mi lascio distrarre dai nostri Airchef, una piccola cucina fatta di scaffali che  sforna toast, panini e, caffè. Atterraggio a  Marrakech.

Un gustoso pranzo chez Les Jardins dar Mimon, un incantevole luogo decorato a festa, regina la quiete tra il vociare di una Chef. Veniamo gentilmente serviti con una variata scelta di piatti dalla  cucina marocchina. Con lo stomaco coccolato ci avventuriamo verso la meta più ambita la mitica Jamaa el Fna, suggestioni ad ogni battito di palpebra. Distratta da un succo d’arancio pressato a freddo, inciampo in un sorriso di donna vestita in abito tradizionale, promette salute, fortuna,benessere offrendomi una decorazione con l’Hénne.

Il profumo della pelle si mischia con l’odore di spezie prevale il cumino. Un giro in calesse con i cavalli Carla e Sarkosi, verso i giardini di Majorelle. Ai giardini si sta  bene, come essere in un kit di pace, la natura è vitale il luogo curato. La presenza di Yves Saint Laurent è marcata un generoso atto nel conservare preservando il pensiero del mistico ebanista vissuto in questo luogo.

La vera bellezza sta nel rigenerarsi  dalle suggestione e dagli stimoli lungo le vie dei Suk. Partenza per Ouarzazate, siamo nella sala d’attesa imbarco del Pulmann. Un bimbo piange 2 bimbi piangono un uomo gli conforta,la porta si apre e chiude. Le voci sono come un canto che ascolto osservando gli sguardi  intensi, sorridenti tristi, accoglienti, meditativi. Un televisore passa delle immagini, il sole confonde la visione.

La partenza animata da una donna che cerca il suo posto, chiede aiuto è analfabeta. Penso a quanto sia prezioso leggere e scrivere: cosa ne sarebbe della mia curiosità di conoscere ed apprendere senza nutrirsi di libri? Quarzazate si lascia conquistare dopo alcune ore di viaggio, saremo ospiti di una famiglia che non conosciamo nella loro casa. La notte scende, le insegne si spengono, il ritmo è lento  i negozi chiudono i venditori sghignazzano fra di loro salutandosi,un’atmosfera piacevole.

Aprendo la porta un nuovo mondo si presenta a noi. Una casa rigorosamente decorata dalle tradizioni. Veniamo accolti in un  grande salotto da tutta la famiglia. Il cibo viene portato a tavola, il capo famiglia si avvicina con un elegante contenitore colmo di  acqua calda invitandoci al  rituale di lavarsi le mani prima di mangiare. Una Taijne condivisa tra qualche parola in francese e Arabo. Il cibo è ottimo, l’accoglienza calorosa. La mente esplora il fascino di questo momento e appaga la bellezza di esistere. Il pane portato a tavola usato come posata nella sua bellezza mi porta a evocare la sacralità. Il pane viene cotto dalle donne il mattino presto in un forno comune, ogni donna porta il suo impasto. Ogni pagnotta tolta dal forno, avvolta in un panno destinata alla famiglia. Le donne conversano dedicandosi all’atto di cucinare il pane in un magnifico forno esterno a contatto del suolo. Il profumo indelebile il fuoco emana calore e si unisce a quello umano.

Un inno alla femminilità nella sua semplicità.

La Tajine viene condivisa con le sue pietanze, ognuno si serve dal lato che gli è di fronte.  Il rimanente viene diviso con tutti gli ospiti. Il pranzo si conclude con un ricco piatto di frutta fresca, mandarini, arance, banane e mele.

Ogni tentativo di contribuire alla preparazione, della tavola viene azzittito. Il giorno seguente, donne e uomini mangiano separatamente, il rituale del cibo lo stesso. Sono a  tavola e condivido,la bontà del pasto rimango a bocca asciutta non trovando tra le donne un linguaggio in comune se non quello dello sguardo. Rispetto le loro abitudini, rifletto sulla mia libertà di poter scegliere con chi stare a tavola.

Verso il deserto. Eccoci arrivati a M’Hamid villaggio folkloristico, dove il tempo sembra essersi fermato. raggiungiamo il primo bivacco mentre il sole tramonta. Atmosfera insolita e avventurosa, beviamo un tè, aspettando alle porte del deserto insieme a un gruppo fermo  a causa delle forti tempeste di sabbia. Le previsioni per l’indomani sembrano essere a nostro favore, nulla è certo.

Suona la sveglia per il deserto. Caricando i bagagli sorrido e salgo sul dorso del dromedario si chiama Mabroki che sta per felicitacion ed è il compagno di Papaya. La camminata è emozionante e rimaniamo in contatto del silenzio, lasciando alle spalle il villaggio di M’Hamid verso le porte del deserto. Dopo alcune ore di marcia, una breve pausa in un accampamento protetto da tende.

Ahmed ci delizia con un insalata fresca, pomodori, verdure, uova e frutta secca  e pane accompagnati dal tè come vuole la tradizione. La strada si fa avventurosa, entriamo nel deserto il panorama è sabbioso giallo, oro, marrone, ogni sguardo intenso  anche quello del nostro autista. Ondeggiando fra le Dune del Sahara incontriamo un paesaggio dipinto da Allah. Arrivati al nostro bivacco lasciamo sacchi e scarpe, proseguendo a piedi nudi, camminando sulla sabbia tiepida per salire sulla vetta più alta tra le Dune, Erg’Chiggaga.

Il sole sta per tramontare mi sembra di essere in una vasca di sabbia dorata, nella sua bellezza unica, non sono ancora pronta ad incontrare il deserto. Fermo lo sguardo rivolto al tramonto con gli occhi lacrimanti e un profondo senso di beatitudine. Il menù nel  deserto, Taijne di pollo e frutta. Il contorno di canti attorno al fuoco e suoni all’aria aperta. Il cielo è un vero spettacolo un manto di stelle, mi sembra di toccarle con le dita  mentre  entrano nella tenda per dormire insieme a me con i suoni e  l’odore del fuoco acceso. Saluto il deserto con un senso di pienezza gioia e gratitudine, con questi profumi e sapori in me mi sento sazia di Vita.