Brunori Sas, canzoni per una generazione. Il cantautore calabrese ripercorre i passi più importanti della sua carriera: dal lavoro d’esordio, nato quasi per caso, fino alla ribalta nazionale

Sommario (tondo)
Ho sempre un po’ di difficoltà a pormi come il cantore di una generazione, non mi prenderei questa responsabilità. Descrivo solo ciò che mi sta intorno, la mia vita, il suo meccanismo magico.

Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così, Dario Brunori da Cosenza è diventato semplicemente Brunori Sas, prendendosi sulle spalle, quasi involontariamente, l’eredità di un bel pezzo di cantautorato italiano, riuscendo ad attualizzarlo e a farlo calzare perfettamente sui corpi e le menti di un’intera generazione. Quella che non smette di affollare i suoi concerti e che lo segue, come un novello guru barbuto e occhialuto, fin dal suo primo lavoro, datato 2009. Eppure Dario ha tutto meno che l’atteggiamento ostentato e altezzoso di alcune star nostrane, e così la nostra intervista parte da questioni semplici, come la comune esperienza universitaria a Siena, più o meno negli stessi anni. Anni ricordati nel pezzo “Maddalena e Madonna” dove la puoi sentire quell’atmosfera, quei “10 vagoni, 2mila terroni al binario tre” o “l’amore che cambiava il colore del cielo, il sapore del vino”. E quel bacio davanti al Bibò. “Il Bibò era il bar dove si riunivano i fuori sede. Ed è lì che ho conosciuto Simona, la mia attuale compagna. Il pezzo parla di quel periodo e dell’esordio di quella storia”.

Sei di origini calabresi. Questo quanto ha inciso sulla tua poetica? È una domanda a cui so rispondere solo a metà. Non scrivo testi riferibili direttamente alla Calabria, eppure nella mia parte sarcastica ed anche un po’ disillusa, nella mia attitudine poetica ed un po’ nostalgica, nel narrare storie e sentimento, c’è sempre qualcosa che spezza questa poesia, un’amarezza, una disillusione, che è figlia della mia terra.

Sei il cantore degli attuali 30enni. Dal tuo punto di osservazione privilegiato, come vedi questa generazione, con quali prospettive? Ho sempre un po’ di difficoltà a pormi come il cantore di una generazione, non mi prenderei questa responsabilità. Descrivo ciò che mi sta intorno, la mia vita, il suo meccanismo magico. Il mio è un percorso di “precariato” simile a quello di tanti coetanei. Quando una popolazione è costretta a doversi preoccupare di cose molto basiche, come non avere un’abitazione o una forma elementare di sostentamento, è chiaro che il livello si abbassa e questo incide su tanti aspetti, come quello culturale, perché ci si orienta di più sulla parte istintiva. Tutti guardano al passato come ad un momento migliore, io rifiuto questa visione, anche se mi rendo conto che oggi ci sono più difficoltà.

Da “Vol.1” a “Poveri Cristi” passano due anni ma cambia radicalmente il tuo modo di scrivere canzoni. Esigenza artistica o cambio di prospettiva? Da una parte il cambio di prospettiva. Il primo disco è nato in maniera casuale e spontanea, perché non facevo il cantautore. Questa attitudine a fotografare la mia vita l’ho mantenuta anche nel secondo album, registrato dopo aver girato l’Italia e aver conosciuto nuove storie. Mi sono sentito in dovere, dopo il successo del primo album (vincitore del premio Tenco, ndr), ad impegnarmi nella scrittura affinché avesse una forma meno naif, meno ombelicale rispetto al primo lavoro.

I tuoi riferimenti musicali: sicuramente Rino Gaetano, ma anche Ivan Graziani, Lucio battisti, Edoardo Bennato, Dalla e il primo De Gregori. I miei riferimenti come ascoltatore sono molto lontani da quelli del mio lavoro. In gioventù ero molto più attento alla parte musicale, all’alternative rock, a gruppi come Afterhours o Marlene Kuntz, ma anche il grunge e il rock duro, Led Zeppelin e Jimi Hendrix. Poi ad un certo punto mi sono iniziato ad appassionare all’aspetto della produzione, e quindi al minimalismo alla Beck e alla musica elettronica. Tanti cantautori, come Ivan Graziani ad esempio, li ho conosciuti solo dopo.

La tua carriera è stata segnata dalle numerosissime date dei tour. Che rapporto hai con il tuo pubblico? Mi piace molto stare sul palco, con la mia band suoniamo da tanti anni insieme e ci divertiamo parecchio. Il rapporto con il pubblico è di grande affetto: non solo vengono e si emozionano, ma ti abbracciano e questo è un segnale che ci sono persone che hanno ancora la necessità di vivere i concerti come un rito collettivo.

Parliamo del tuo ultimo album, Il cammino di Santiago in taxi, e del tour teatrale che partirà il 12 marzo da Pesaro e che ti porterà anche in Toscana, il 27 a Prato. Abbiamo deciso di intraprendere un nuovo tour, Brunori Srl, in cui, accanto alle canzoni, ci sono monologhi che raccontano la società. Registrare quest’ultimo disco, al Convento dei cappuccini di Belmonte Calabro, è stata un’esperienza meravigliosa. Siamo usciti fuori dallo studio di registrazione per “occupare” una chiesa consacrata ma inutilizzata, formando una specie di comune. Ad aiutarci Taketo Gohara, importante produttore di origini giapponesi. Con lui si è creata questa strana mescolanza nippo-calabrese che ha dato origine ad un vero e proprio corto circuito (ride, ndr).

Francesco Ianniello