Bernascon ga do mìa dal ti! Signori, Signore e gatti, di Bernasconi in Ticino ne abbiamo molti, ma ce n’è uno che il gatto non poteva esimersi dall’invitare in cuccia. Sto parlando, naturalmente, di Diego Bernasconi. Lo aspetto con una certa ansia da prestazione, al gattaccio, quest’uomo, mette un po’ soggezione. L’ho disturbato più volte, durante il suo lavoro, con un canto da gattogna che non è stato particolarmente apprezzato, il canto era finalizzato proprio ad averlo nel mio parterre du roi, onde ivi percui, prima ancora di incominciare mi s’è allappata la lingua.

L’emozione mi impedisce smielosi convenevoli e inizio subito chiedendo al mio gentile ospite del suo romanzo Lutto Alle Pompe Funebri, ogni lettore, son certo, si sarà chiesto quale sia la marca del nefasto cotechino che ha ucciso la Clelia, domanda fondamentale per evitare brutte sorprese.

«Il nefasto cotechino, che poi nefasto non è stato, proviene, o meglio proveniva, da una produzione artigianale di un cliente dell’impresa di pompe funebri Bettoni, il quale, non avendo parenti e godendo appieno la propria vita spendendo fino all’ultimo risparmio, ha lasciato le sorelle becchine in difficoltà. Con l’innato spirito d’iniziativa che le contraddistingue, dopo le esequie hanno ripulito a dovere la cantina del defunto, già competente macellaio, nonché prelibato salumiere».

E io a sentir parlare di salumi sono già annegato in un mare di bava da gradimento, che va detto, un po’ aiuta a rompere il ghiaccio e sognando salumi e salumieri proseguo chiedendo a Diego come sono nati i personaggi del libro e come gli è venuta la genialata delle pompe funebri. «Non penso che la mia giovinezza, passata accanto al cimitero di Mendrisio, o le estati, passate dalla nonna nelle vicinanze del camposanto di Chiasso, abbiano in qualche modo potuto influire sulla scelta del mio primo romanzo breve. In verità vi dico che questo scritto nasce come copione teatrale, poi incontro Simona Torriani (già letterata e professoressa) che, tra le altre cose, mi dice il mio sogno sarebbe scrivere un libro. Dopo poche ore le consegno il copione e si inizia l’avventura letteraria. I personaggi nascono con le tipiche figure che possono confrontarsi in un semplice paesino delle prealpi padane: il parroco, il medico, la postina, ecc… Logicamente i loro caratteri rispecchiano gente a me vicina o che in un modo o nell’altro ho conosciuto. Per chiudere il cerchio, il libro l’ho ri-trasformato in copione e a settembre metterò in scena la pièce con la Compagnia Comica di Mendrisio».

Tra i salumi di prima e la prospettiva di una commedia in arrivo, ammetto, ho perso un po’ la mia verve graffiante, accenno, sempre con reverenza, delle amichevoli fusa e propino al mio interlocutore il classicone: quanto c’è di autobiografico nei suoi testi? «Per il momento, a parte qualche espressione, nulla». Il suo sguardo parla e automaticamente mi schiaccio a terra, abbasso le orecchie, mimetizzandomi tra le pieghe del tappeto che non ho. Lo so. Lo so. E ci siam capiti.

Cerco di rifarmi andando all’attacco. Mi ha incautamente detto che sta scrivendo un nuovo libro. Bramo uno scoop da quando ho iniziato la mia carriera di felino erudito. «Mi da un’anticipazione?» «No».

Sento in sottofondo l’inconfondibile melodia western del duello, mi scruta, occhi stretti, sguardo da duro, rispondo sfoderando un lesto muover di coda e una mezza groppina da rissa e sparo. «Una lunga carriera come autore di commedie e un successo strepitoso con La Palmira, che, per inciso, ha fatto morire anche la comunità felina, quali sono gli ingredienti indispensabili della comicità made Bernasconi?»

«Mi spiace molto per la morte di quei gatti, soprattutto perché al giorno d’oggi non si possono più cucinare, in realtà non esiste, o almeno io non conosco alcuna formula vincente, con la creazione di Palmira nel 1972 si è tenuto d’occhio il pubblico, soprattutto nei momenti dove la gente si divertiva maggiormente. Dopo più di quarant’anni il continuo adattamento e la grande flessibilità ci ha portato a far divertire molte persone. Più che artisti ci sentiamo artigiani, artigiani del sorriso. bèla fras, la duprarù da sicür!»

Un brivido mi corre lungo la schiena giù fino alla punta della coda. L’immagine di me in salmì steso su un letto di lattughino della Val da Mügg si fa strada prepotentemente e temo mi perseguiterà per giorni e giorni. Sparo la mia ultima cartuccia. «Lei ha un gatto? Mai pensato di averne uno?»

«Non ho gatti, ne ho mai avuto altri animali. Quando mi fanno la famosa domanda cane o gatto? io, la maggior parte delle volte, li insulto per la domanda stupida, ma se proprio devo rispondere sono più da cane anche se l’animale per eccellenza rimane il Maiale!»

Chapa e porta a cà!    Bernasconi 2 – Murakami 0