AttivaMente significa teatro. Una bella realtà presente sul territorio comasco che si definisce innovativa, dinamica e accogliente. Ne abbiamo parlato con Jacopo Boschini, Presidente della Cooperativa AttivaMente e regista e drammaturgo. Tra le loro produzioni l’ultima fatica io non sono quel che sono.

Io non sono quel che sono è un infodrama. Ci spiegate cosa significa? La parola Infodrama nasce dalla fusione di due parole. La prima è Informazione, nella sua accezione etimologica di raccontare, dare forma. La seconda è Dramma, da Drama, dramatos, che in greco antico significa azione scenica. Cercavamo infatti una parola che racchiudesse in sé il senso del raccontare una storia e che al tempo stesso esplicitasse alcuni concetti che sono più inerenti alla psicologia: inconscio, bisogni, aspettative, emozioni ed intelligenza emotiva.

Una performance che indaga linteriorità. Oggi cosa è venuto meno secondo voi nelle relazioni e nelle emozioni della gente? In primo luogo crediamo che oggi, più che mai, le persone si stiano ponendo delle domande. Domande rispetto a chi si è, alle proprie emozioni, alla possibilità di dare una direzione alla crescita e al cambiamento. Ma non solo. Oggi viviamo in un’epoca di analfabetismo emotivo. Le persone non sono consapevoli della difficoltà che provano nell’affrontare le proprie emozioni e quelle degli altri perché i modelli culturali che sono stati insegnati si rivelano in gran perte inadeguati. Molti sentono quindi il bisogno di riprendere in mano la la propria vita, cercando di entrare in contatto con le proprie emozioni, provando a capirle e ad utilizzarle per costruire una vita relazionale più felice.

La società contemporanea si può riconoscere in Otello? Assolutamente sì. In Io non sono quel che sono facciamo notare che i personaggi principali vivono situazioni che per noi oggi potrebbero essere i grandi casi di cronaca che riempiono le pagine dei giornali. Quindi in un certo senso sono storie che potrebbero apparire lontane dalla vita di tutti i giorni. Per questo abbiamo deciso di concentrare la nostra attenzione verso i personaggi minori: Brabanzio, Emilia, Cassio. Loro sono quelli che vivono gli stessi drammi della quotidianità che noi tutti viviamo.

Un progetto che è stato anche finanziato attraverso una raccolta in crowdfunding. Ci raccontate perché avete scelto questa formula? In primo luogo perché credevamo che questo spettacolo non rispondesse solo a un nostro bisogno artistico, ma anche ad un bisogno sociale diffuso. E che quindi le persone avrebbero trovato un senso nel finanziarlo. E così è stato. Inoltre, avviare una campagna di crowdfunding obbliga a costruire una rete, a muoversi in continuazione, ad avere cura dei contatti che sono stati coinvolti. Alla fine il vero valore del crowdfunding, più che i soldi raccolti, si trova nella relazione che si instaura con il pubblico ancor ancor prima di aver debuttato.