Oltre lo specchio fa molto Alice. Solo che è un po’ una favola al contrario, nella quale l’invito è a uscire dal proprio nascondiglio per guardare il mondo e lasciarsi guardare.

Mi piace immaginare il bianconiglio sbucare dalla sua tana sicura, in mezzo a un crocevia trafficato di pensieri, che corrono veloci sfrecciando come saette gli uni sugli altri. Oppure vicini, o ancora all’opposto, perpendicolari, eclettici. E lui, nel suo bel gilet all’inglese, orologio in mano, a cronometrare l’intelletto «centotrentasei secondi. Complimenti! E lei signore, sette secondi e un decimo. Grande record! Madame un minutino, i miei ossequi.»

Vedo il gatto sornione, adagiato sul guard rail al bordo della strada, con un occhio aperto sul da farsi e l’altro chiuso sui desideri sopiti. Non ci pensa proprio a confondersi con quel delirio. Perché mai? Si dice. «Il mio mondo me lo costruisco nell’altrove. Nel giammai. Nel non me lo chiedere. Che si arrangino un po’ tra loro tutti questi pensatori».

E il cappellaio matto, che per molti matto non è, piazzato al centro della via. Che gesticola vistosamente. Fa segno alle idee. Indica dove, come e quando. «Circolare signori, circolare!»

Povera Alice! Che gran confusione! Allora, meglio guardarsi allo specchio e vedere il proprio ego riflesso, piuttosto che mettersi a correre in questa autostrada di pensieri. Troppo veloci. Troppo lontani. Troppo diversi. Proprio troppi.

Alice, è meglio sedersi accanto al gatto, sul bordo della strada. Gettare un amo. Attendere che abbocchi il pensiero giusto. Quello che ti calza a pennello. Quello che, una volta indossato, ti fa trovare la via. Così, in silenzio, lasciando che il mondo ti osservi e si lasci guardare e poi potrai iniziare il tuo cammino.

Buon viaggio. Alice.