World Press Photo 15: più che un odore è un tunnel. È la terza volta che mi approccio al computer per scrivere il pezzo, ed è la terza volta che mi fermo a guardare lo schermo senza che alcun pensiero riesca a concretizzarsi. Eppure è sufficiente andare a fare una passeggiata, guidare, sedermi a tavola o prima di assopirmi, e il pezzo fluisce da sé. Me lo racconto, lo ascolto, lo vedo e lo vivo, ma di scriverlo non se ne parla proprio. Tutto è iniziato il 3 giugno scorso, all’inaugurazione del World Press Photo 15, presso Spazio Reale a Monte Carasso. Una serata come tante, un’esposizione di fotografie come se ne vedono ogni giorno sui giornali, eppure qualche cosa di diverso è accaduto. Quelle immagini sono in grado di bloccarti lì davanti ma non solo con lo sguardo, con tutto ciò che sei: dalle viscere ai pensieri, al passato al destino in attesa, e così diventi tu stesso un’istantanea di quell’essere che ti porti dentro e attorno, una radiografia spazio-temporale scattata da quella cosa che ti sta davanti che a sua volta è stata scattata da qualcun altro che echecazzograziedipermettercidivedereecapire. Vedere e capire, anche se capire è un parolone. Ecco. Tu guardi lì e vedi qui, capisci circa e non comprendi niente, ma è proprio attraverso quel vuoto di tutto che ti si crea dentro che riesci ad arrivare di là: è un tunnel di nulla in grado di portarti lo sguardo fin quasi dentro l’apparecchio fotografico che ha immortalato l’attimo e, se ti avvicini ancora un po’, riesci pure a sentire l’odore di ciò che vedi, e non è quasi mai buono, e non lo bisognerebbe nemmeno chiamare odore ma vita, anche se a volte si fa persino fatica a chiamarla così.

E non è che poi uno sia subito cosciente di questa cosa; sul momento è vero si resta comprensibilmente toccati, si leggono le didascalie, la storia, il perché e il percome, la giuria e il premio, e quando si esce i bla bla bla sull’esposizione si moltiplicano. È dopo che te ne accorgi, quando magari lo vuoi raccontare a qualcuno e non ci riesci, quando lo vuoi scrivere e non sai da dove cominciare, quando guardi l’agenda e ti domandi “ma davvero il 3 giugno sono andata a quell’inaugurazione?”, perché di fatto non ricordi più nulla. Ed è in quel momento che lo intuisci, che lo vedi per la prima volta: il tunnel! È ancora lì, non si è chiuso, è rimasto attivo: è quel nulla attraverso cui hai sentito l’odore che non è odore ma è vita e nemmeno quella ma anche sì porcaputtana. E allora torni là e vedi e capisci, anche se capire è un parolone, e ti accorgi che quelle immagini non sono solo istantanee ma sono proprio pezzi di esistenza tolti alla storia, dei frame rubati al tempo al cui posto è rimasto il nulla, un vuoto, un quadratino nero a cui ora è possibile accostare l’occhio e guardarci attraverso. Poi lo senti, e questa volta non si tratta più solo di un odore ma è anche un rumore: “click”. Non sempre però si tratta del click della macchina fotografica e in questo caso non ti restituisce sempre in un click la vita ma, come sta accadendo anche adesso un po’ ovunque nel mondo, si tratta di quel click che la vita, la vita, te la toglie.

L’esposizione World Press Photo 15 sarà visibile fino al 24 giugno 2015 presso l’Antico Convento delle Agostiniane a Monte Carasso.

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Scavalco finestre, sbircio nei cassetti, sbuco dagli armadi e mi arrampico per canne fumarie. A volte formica, altre cornacchia, in veste di bradipo osservo il mondo, lasciando al torpore dell’ozio il compito di amalgamare sogni, fantasie e realtà… un mix che spaccio per una caramella al gusto di melanzana, da mordere tutti assieme al tramonto, dopo il mio “un.. due… tre!”.