Quei film che iniziano alla fine. Di quelle cose che piacciono a me. Di quelle che vado per curiosità e me ne torno a casa con un bastimento carico (carico) di emozioni e idee, a cui so necessitare almeno una settimana di decantazione per tirarci fuori qualche cosa di utile, foss’anche un pensiero. Dunque: il Museo Vela di Ligornetto quest’anno ha deciso di tenere aperto anche durante la stagione invernale e, per movimentare mostre e luogo, organizza cose. Ma cose belle, intriganti, e questa volta persino temporalmente rivoluzionarie.

Mi siedo nella sala tra statue di gesso e sguardi vivi; la gente affluisce. Partono i discorsi di ringraziamento, qualche spiegazione giusto per offrire un contesto e via: le luci si spengono, la visione del lungolago a inizio ‘900 appare e con lui l’accompagnamento al pianoforte dal vivo. E buuuuummmmm: sono stata travolta da una ventata come se qualcuno avesse tolto all’improvviso il parabrezza di un’automobile in viaggio. Ho fatto un gran respiro dallo spavento ma poi, quando ho capito che si trattava solo di ossigeno in quantità, mi sono rilassata sullo schienale e se ci fosse stata una portiera vi avrei persino appoggiato sopra il gomito, come nei viaggi in cabriolet.

E infatti è così: assistere a un film muto è un viaggio fuori dalla ragione per approdare ai sensi, una cosa che ti fa venir voglia di allungare la mano per sentirne la consistenza: dei sensi intendo, di tutti e cinque (sei). Non ci sono parole, solo immagini e musica. Nulla da capire ma solo sentire, quel sentire che parte dalla punta dei capelli, arriva ai piedi e poi si unisce a quello di tutti gli altri presenti in sala. E a me queste cose sono in grado di generare due lacrimoni grandi così, che naturalmente ho versato. Ma non alla fine dello spettacolo come solitamente accade, quando dalla commozione vorrei entrare fisicamente in ciò che ho davanti (attore, regista, musicista, eccetera), arrampicarmici dentro fino ad arrivargli al timpano e sussurrargli grazie. No, stavolta mi son scesi subito, all’inizio, perché ho capito che i film muti sono spettacoli all’incontrario!

Si inizia piangendo, poi ci si emoziona, ci si appassiona, ci si incuriosisce e infine (che poi sarebbe l’inizio) ci si mette lì, in attesa che tutto accada. E la cosa incredibile è che qualche cosa alla fine inizia ancora per davvero! Cioè quando tutto è terminato sali in automobile, accendi, parti verso casa e dopo un po’ ti ritrovi improvvisamente su una cabriolet, dove se allunghi una mano li senti, i sensi, e se ti concentri un po’ odi pure il rumore del ciak, momento in cui non ti resta null’altro da fare che pronunciare un nuovo: si gira… e Azione sia.

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Scavalco finestre, sbircio nei cassetti, sbuco dagli armadi e mi arrampico per canne fumarie. A volte formica, altre cornacchia, in veste di bradipo osservo il mondo, lasciando al torpore dell’ozio il compito di amalgamare sogni, fantasie e realtà… un mix che spaccio per una caramella al gusto di melanzana, da mordere tutti assieme al tramonto, dopo il mio “un.. due… tre!”.