Ho partecipato a quattro giorni di Silentium: un ritiro spirituale che più di un ritiro si è trattato di un’espansione. Di quelle grandi. Inglobanti. Di quei “Woom” e ti ritrovi tutto dentro, ma andiamo con ordine.

Sono arrivata sul posto all’ora di cena, occasione in cui si possono conoscere i compagni di avventura in refettorio, tutti seduti dallo stesso lato, in fila, uno a fianco all’altro. Per una volta non ero la più giovane ma anzi, devo dire che mi aspettavo un’età madia più elevata invece ci siamo attestati attorno ai 50: dai 35 ai 60, circa. La prima sera era ancora permesso parlare ma si capiva che non era già più necessario. Poche parole, pochi dettagli: eravamo solo in due alla nostra prima esperienza. E poi a nanna, ognuno nella sua accogliente cella.

Diana. Colazione. Sono entrata in refettorio con la curiosità di scoprire questo taciturno modo di comunicare e mi sono ritrovata davanti sette sorrisi: che meraviglia, già solo per questo sarebbe utile prescrivere il silenzio! Al termine ognuno per la sua strada. Si può fare ciò che si vuole fino all’ora della prima lettura: ce ne sono due, una mattutina e una pomeridiana. Decido di andare nei boschi attorno al convento, luoghi in cui ho praticamente passato gli altri giorni restanti. Sono luoghi magici, e quando dico magici intendo proprio di quelle cose che affascinano, che emanano effetti straordinari in grado di luccichinizzare il tutto. Poi qui la bellezza è in quella giusta misura che ti fa sentire protetto: ti avvolge, la indossi, la puoi stendere sopra te per dormirci sotto in beatitudine e farci pure dei bei sogni, e il tutto restando sempre sveglio.

Mi faccio quindi una bella passeggiata e sulla via del ritorno incontro una Signora “Oh che bello incrociare qualcuno con cui fare quattro chiacchiere”. Ok, ho dovuto mettere per un attimo il silenzio in pausa ma non credo il supremo se la sia presa a male, anzi. A parte questa bolla di parole (per altro poche, da parte mia) per il resto ho vissuto davvero qualche giorno senza profferir verbo, cosa che ha permesso alla comunicazione di esplodere nei suoi più sottili significati.

Come quando sei in mezzo alla natura e la senti manifestarsi in tutta la sua magnificenza e straordinarietà: impiegavo ore per fare pochi metri da tanto ogni cosa riusciva ad attirare  la mia attenzione, quasi avesse la necessità assoluta di essere vista o forse ero io che inconsciamente ne bramavo l’esistenza. Un giorno di sole, uno di pioggia, uno con la neve e infine la nebbia: ma quanti “wow” sarò riuscita a pronunciare in quei giorni? A manciate, come coriandoli di stupore gettati all’aria in questa carnascialesca baldoria dei sensi.

Oppure come quando percepisci la differenza dello stare in silenzio da soli o in compagnia. Diciamo che il significato della parola rispetto qui assume una forma diversa, più densa, permanente.

O ancora come quando i pensieri non ti affollano più la mente ma a poco a poco, di loro iniziativa, si mettono seduti lasciando libero il campo all’accadere. Il Silenzio come presenza a cui è bastato presentarsi per imporsi in modo non autoritario ma autorevole: un leader nato dal carisma strabiliante, e forse in questo caso anche un po’ divino.

E il tempo? Che dire di quella sensazione di tornare finalmente ad essere in sintonia con il trascorrere del tempo? Ti volti e lui c’è, è lì, ti guarda dritto negli occhi e ti lancia uno di quegli sguardi che solitamente aleggiano al centro di un gruppo musicale, di quelli utili a capire quando si è tutti pronti ed è ora di iniziare a suonare. Ma lo sapete che il tempo quando scorre giusto emette musica? Giuro! Come mettere un disco alla velocità con cui è stato impresso, condizione che permette persino di ballarci assieme. E sulle note di un incantevole ballo sono giunta alla fine dei quattro giorni, a cui ne avrei aggiunti volentieri ancora un paio giusto così, nella speranza di capire ancora un po’ di più, forse.

E se quando arrivi ti saluti sorridendo quando te ne vai lo fa abbracciando, non solo le persone ma anche tutto ciò che c’è attorno, e sono di quegli abbracci da togliere il fiato, di quelli che anche a poter utilizzare tutte le parole del mondo non sapresti descrivere. Credo sia semplicemente l’abbraccio del Silenzio: una cosa che sa un po’ di montagna e di luce, di fiume e di vita, di tutte le vite.

(Silentium – Convento Santa Maria dei Frati Cappuccini – Bigorio)

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Scavalco finestre, sbircio nei cassetti, sbuco dagli armadi e mi arrampico per canne fumarie. A volte formica, altre cornacchia, in veste di bradipo osservo il mondo, lasciando al torpore dell’ozio il compito di amalgamare sogni, fantasie e realtà… un mix che spaccio per una caramella al gusto di melanzana, da mordere tutti assieme al tramonto, dopo il mio “un.. due… tre!”.