L’arte shaolin nel minestrone. L’atto finale del minestrone è impresa da vero combattente shaolin. Concentrazione, respiro, unione cuore-mente-corpo, flusso del Chi regolato, radicamento e innalzamento dello stato di coscienza: ok, ora si può afferrare il frullatore a immersione. Sguardo fisso sull’avversario, entrare in lui, comprendere l’insieme di verdure che lo compongono, sia in numero che in consistenza e, una volta individuato il punto zero, schiacciare alla velocità e per il tempo necessari il pulsante “on”.  Degni di portare la cintura arancione da Gran Maestro saranno coloro il cui cucchiaio, posto in verticale al centro del piatto, raggiungerà il bordo nello stesso tempo impiegato da un bue ad accovacciarsi in una stanza. Uathà: e il minestrone è servito.

Ma cosa accade quando, individuato il punto zero e bla bla bla, si schiaccia il pulsante “on” e il frullatore risponde con un bel “(fuck) off”? Cioè, ero riuscita a raggiungere la medesima lunghezza d’onda di pisellini, carote, verze e zucchine, e quella specie di katana a 12 Volt decide d’eseguire un harakiri spontaneo? Ok, niente panico, vicino casa esiste un negozio di elettrodomestici, anche se all’interno non vi ho mai visto nessuno.

Giacca, borsa, chiavi e sono già là (mi sento in versione realtà aumentata), ma dalla vetrina non scorgo nessuno. “Azz”, dico, mentre il suono di un’armonica in versione western attraversa la contrada, a cui per fortuna fa eco un rullare di tamburi taiko più in linea con la storia.

La porta si apre e a quel punto la vedo: dietro il bancone, grande come una bimba, una vecchina di circa più di cento anni si alza in piedi alla velocità che impiega un bue ad accovacciarsi in una stanza, accendere la TV, guardarsi tutto il cofanetto di Twin Peaks e addormentarsi.

“Buongiorno”, dichiaro a mani alzate, disarmata davanti a quel donnino a cui so già comprerò qualsiasi cosa. “Il suo frullatore a immersione è pronto”, mi risponde, facendo un gesto come di togli-la-cera e metti-la-cera. Con un’agilità mai vista e, presumo, una buona dose di levitazione, la vecchina salta sullo scaffale, afferra una scatola di legno finemente intarsiato e la appoggia sul bancone. “Click click”, dicono le serrature “wow”, rispondo io, accecata dal riflesso dell’acciaio. “Equilibrio, quello è la chiave di tutto. Se equilibrio è buono, minestrone è buono, e tutto va bene. Se equilibrio è cattivo, meglio rinunciare”, mi dice la vecchina, prima di andare a riposarsi dietro il bancone.

Capisco che la conversazione è finita, pago, saluto, prendo il frullatore e torno a casa. Ormai il minestrone è stracotto, e usare il nuovo elettrodomestico non avrebbe più senso. Depongo la scatola di legno intarsiato nel cassetto, prendo un piatto fondo, lo riempio e mi siedo al tavolo; peccato non aver potuto utilizzare il recente acquisto, ma in fin dei conti i combattimenti migliori sono quelli che si evitano, no? La prova densità decido di farla ugualmente; afferro il cucchiaio, lo posiziono in verticale e, mentre attendo arrivi al bordo, alzo lo sguardo e strizzo l’occhio al bue anche se, accovacciato in fondo alla stanza, mi sembra stia già dormendo.

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Scavalco finestre, sbircio nei cassetti, sbuco dagli armadi e mi arrampico per canne fumarie. A volte formica, altre cornacchia, in veste di bradipo osservo il mondo, lasciando al torpore dell’ozio il compito di amalgamare sogni, fantasie e realtà… un mix che spaccio per una caramella al gusto di melanzana, da mordere tutti assieme al tramonto, dopo il mio “un.. due… tre!”.