Domenica, sole primaverile, voglia di stimoli e nulla che richiedesse un’immediata presenza lavorativa: la condizione ideale per una passeggiata in Centro con visita alla mostra di Markus Raetz e Aleksandr Rodčenko presso il LAC di Lugano. Colazione, doccia, vestiti e via, ma quando arrivo alla porta decido di tornare indietro e di gettare nella borsa un blocco di carta, un paio di forbici e un pennarello. Tutto lì. Un nulla. E invece… Avete in mente lo sguardo dei ragazzi discoli quando decidono di fare comunella per combinarne una qualcuna? Ecco, uguale: durante il tragitto Pennarello Forbici e Carta devono aver confabulato e raggiunto una sorta di legame di sangue, della serie “Adesso le facciamo vedere noi a quella lì”. E così è stato.

È stato sufficiente uscire dall’autosilo e questi tre hanno preso il sopravvento. Penso “Oh ma che bel panorama” e bzzzz, bzzzz, bzzzz, appare un volto sotto un albero. Mi dirigo in Piazza della Riforma dove stanno allestendo videocamere e riflettori per le interviste post-elezioni del pomeriggio e bzzzz, bzzzz, bzzzz, appare una donnina tutta curve che desidera farsi immortalare. Alzo gli occhi al cielo e bzzz bzzzz bzzzz appare un omino seduto sul tetto con i piedi a penzoloni, e così via, per tutto il tempo. Ho cercato più volte di dire a quei tre di lasciarmi godere in santa pace l’aria fresca primaverile e invece nulla, li sentivo agitarsi dentro la borsa e non mi restava altro da fare che tirarli fuori e farli sfogare un po’. E non è che avessi pianificato nulla, ho solo pensato “prendili su, che si sa mai”.

Già. Si sa mai. Ma basta davvero così poco? E se avessi messo in borsa mestolo e frullino? Avrei cercato di cucinare la città? Credo di sì. Avrei mescolato tetti e frullato il lago a spuma di neve per cucinare un panorama dal gusto irresistibile e dal profumo croccante.

Scalpello e martello? Oh semplice, avrei dato una nuova forma ai profili montani e a qualche nuvola. Con auscultatore e siringa? Forse avrei cercato di ascoltare il ritmo del respiro della città per capire dove iniettare la medicina, foss’anche una dose massiccia di magia.

Con pettine e tinta? Una Lugano chatouche l’avete mai vista? Con zappa e rastrello? Un colpo qui e un colpo là più una bella grattatina alla schiena, sai che goduria! Con filo interdentale e fluoro? Ma sai che sorriso smagliante avremmo ridato alle vie del centro, anche tra le più piccole e strette?

E così via. E questa cosa qui non centra nulla con la storia di guardare la vita da un’angolazione diversa. Ecco. La chiamerò “la visione dell’attrezzo”, quella cosa per cui non serve cambiare posizione ma è sufficiente affrontarla con utensili differenti. E pensate che bello se di serenità, ottimismo, ironia e curiosità ne esistesse la versione da mettere in borsa la mattina prima di uscire di casa e con quei mezzi affrontare la giornata… ma questa è un’altra storia, che va ben oltre il semplice volervi raccontare la mostra di Markus Raetz al LAC, cosa che in verità ho appena fatto ma, ovviamente, utilizzando altri mezzi 😉 (fino al 1° maggio 2016).

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Scavalco finestre, sbircio nei cassetti, sbuco dagli armadi e mi arrampico per canne fumarie. A volte formica, altre cornacchia, in veste di bradipo osservo il mondo, lasciando al torpore dell’ozio il compito di amalgamare sogni, fantasie e realtà… un mix che spaccio per una caramella al gusto di melanzana, da mordere tutti assieme al tramonto, dopo il mio “un.. due… tre!”.