Intangibile, generosa, inesorabile. Si tratta di un progetto originale proposto dall’associazione culturale Geronimo Carbonò. IlMurran è un video documentario che racconta l’incontro tra una bergera piemontese e una giovane maasai. La montagna vista e vissuta come luogo di mediazione culturale, la montagna come sfondo dell’incontro tra storie, culture, vite. Ne abbiamo parlato con Sandro Bozzolo.

Come nasce l’idea di far incontrare una bergera piemontese e una giovane maasai? «Ho conosciuto Leah Lekanayia nel marzo 2013 a Nairobi. Subito è emersa la sua condizione particolare, di mediazione tra un desiderio di purezza culturale e il confronto con la modernità. In seguito a quell’incontro è nata l’idea – presto diventata una necessità – di dare seguito a quel dibattito, di continuare il dialogo con Leah, una sorta di sorella che viene da lontano. Così, è nata l’idea di coinvolgere Silvia, una donna straordinaria, che da cinquant’anni vive il duro mestiere della pastorizia alpina transumante nel vallone della Meris, uno dei luoghi più isolati dell’arco alpino cuneese».

Filmare questa storia quali accorgimenti ha comportato? «Era evidente per tutti che l’unico modo possibile per realizzare il nostro lavoro sarebbe stato proprio dimenticarci di quello che volevamo fare. Così abbiamo iniziato a vivere quel luogo, senza provare a capirlo o ad analizzarlo con sguardo esterno. Con noi c’era Leo Lacarne, un amico marinaio e scrittore andaluso, che è stato fondamentale per condividere le azioni più importanti del processo creativo: trasportare pesi nei gias (dal piemontese, “casotti”) più alti, cucinare per i pastori, osservare la pioggia».

Qual è il messaggio che volete mandare alla società? «Pare banale o pretenzioso dirlo, ma davvero non c’è un messaggio concreto alla base di Ilmurràn. Forse il più grande messaggio è quello che riesce a trasmettere Silvia, con la sua straordinaria umanità: nonostante i ritmi disumani del suo lavoro, Silvia non ha esitato nemmeno un momento ad accogliere una scalcagnata comitiva delle intenzioni losche. E’ un messaggio di accoglienza reale, non di integrazione asettica, e non è un caso che arrivi dalle estreme periferie della nostra società. Da chi è abituato ad ascoltare il silenzio».

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